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Frode colossale al fisco con 142 milioni di litri di alcool: l'indagine travolge anche Lecce

Inchiesta coordinata dalla Procura di Bologna con sessanta coinvolti in mezza Europa, tra cui l'ex sindaco di Melissano, Salvatore Brandolino. A Merine arrestato Domenico Screti, 47enne di San Pietro Vernotico. Un altro indagato è di Copertino. Società create per la ricezione virtuale di prodotti quali birra e vodka, in realtà spediti in luoghi diversi dal deposito fiscale

BOLOGNA – Una sessantina di indagati fra Italia ed Europa, ramificazioni e interessi ovunque e un’evasione fiscale da capogiro: 82 milioni di euro, per quanto è stato possibile calcolare, ma è una cifra destinata a levitare e non di poco. Il tutto, all’ombra della vendita di fiumi di alcolici, ben 142 milioni di litri.

E’ passata come un tifone anche dalla provincia di Lecce, questa mattina l’inchiesta (con sviluppi ancora in atto) condotta dalla Procura della Repubblica di Bologna, che ha coordinato la guardia di finanza felsinea e l’ufficio dogane. Gli inquirenti sono dunque convinti di aver sgominato una presunta organizzazione con ramificazioni in più parti d’Europa dedita alla commissione di frodi alle accise e all’Iva, nel commercio di birra (soprattutto), ma anche vodka, whiskey e vino, in ambito comunitario.

Fra i ventitré destinatari di ordinanze di custodie cautelari, anche quella notificata a Salvatore Brandolino, 66enne nato ad Ascea, in provincia di Salerno, ma residente a Melissano. Brandolino ha ricoperto il ruolo di primo cittadino nel comune del basso Salento, precisamente a partire dal mese di giugno del 1990 fino a ottobre del 1992. L'ex sindaco è stato ristretto al regime degli arresti domiciliari ma, al momento, è detenuto presso il carcere di Borgo San Nicola, alle porte del capoluogo salentino. L'altra  riguarda Domenico Screti, 47enne di San Pietro Vernotico, ma residente in un complesso di Merine, frazione di Lizzanello, alle porte di Lecce. La sua è ritenuta una delle figure di spicco, nell’ambito dell’inchiesta.

Domenico Screti, che si è stabilito da diverso tempo nei pressi del capoluogo salentino, è peraltro figlio di Tonino Screti, personaggio molto noto negli annali della cronaca giudiziaria brindisina. Quest’ultimo, infatti, è ritenuto lo storico cassiere della Sacra corona unita e i suoi beni, già confiscati, in parte sono stati riutilizzati dall’associazione Libera, nota per portare avanti progetti contro la mafia.  Ma gli indagati totali sono molti di più, come detto, e fra questi (non destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare) compare anche il nome di Lucio Ruberti, 52enne di Copertino, che riveste una posizione più sfumata.  

Le “fiamme gialle” sono dunque piombate anche nel Leccese, questa mattina, così come in altre ventiquattro province italiane, fra Emilia Romagna, Lombardia, Toscana, Lazio, Abruzzo, Campania e Sicilia, nell’ambito di un’inchiesta nelle mani del procuratore di Bologna, Roberto Alfonso, e del pubblico ministero Marco Forte.

Le ordinanze di custodia cautelare sono state firmate dal giudice per le indagini preliminari Bruno Perla, su richiesta del sostituto procuratore Manuela Cavallo. Diciassette provvedimenti toccano l’Italia, gli altri sei sono in via d’esecuzione con il coordinamento di Eurojust (Agenzia europea, con sede all’Aja, impegnata nella lotta contro gravi forme di criminalità organizzata e transnazionale) in Inghilterra, Irlanda, Germania e Romania. Sotto sequestro sono  finiti anche diversi beni: immobili, terreni, due automezzi, conti correnti, quote societarie e preziosi per un valore di circa 10 milioni di euro.

Le indagini sono nate da una segnalazione da parte dell’ufficio doganale di Bologna. Da lì sono state avviate intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche sempre più fitte, ma anche pedinamenti di alcuni fra gli indagati e appostamenti, così come scambi d’informazioni con le autorità doganali di altri Stati. Tutto questo, per ricostruire nel dettaglio ogni singolo passaggio.

Stando agli esiti, dunque, vi sarebbero indizi gravi e concordanti a carico di persone di varie nazionalità (cinquantuno italiani, di cui tre residenti all’estero, e poi tre rumeni, due indiani, un tedesco, un belga, un albanese ed una brasiliana).

Particolarmente articolata la vicenda, con dettagli molto tecnici. Stando a quanto scoperto da finanzieri e doganieri, infatti, tramite prestanome, sarebbero stati costituiti depositi fiscali fittizi (undici in Italia, assoggettati a provvedimenti di revoca dall’autorità doganale), destinatari solo in maniera virtuale di partite di bevande alcoliche provenienti, in regime di sospensione d’imposta, da trentacinque depositi fiscali di altri Paesi europei.

Inoltre, sarebbero stati emessi falsi documenti elettronici e-AD (complessivamente, in Italia, 8mila e 99) e cartacei per le movimentazioni delle partite di merci.  La merce stessa sarebbe circolata solo in via cartolare e i prodotti sarebbero stati immessi “in nero” anche in altri Paesi con alte aliquote d’accisa, in totale evasione fiscale, in quanto non stoccati nei depositi di destinazione e non assoggettati a imposizione.

Per spiegare meglio il concetto: il disegno avrebbe previsto l’immissione reale delle bevande alcoliche per il consumo, ma in luoghi diversi rispetto a quelli dichiarati nella documentazione. In questo modo i destinatari effettivi della merce avrebbero potuto evitare il pagamento dell’accisa e degli altri tributi per la commercializzazione e le società alle quali era intestato il deposito si sarebbero potute sottrarre allo stesso obbligo in quanto fallite o comunque insolventi a fronte delle pretese dell’erario.

Stratosferiche le cifre scoperte: come detto, con questo sistema sarebbero stati consumati 142 milioni di litri di alcolici, per un’evasione dell’accisa e dell’Iva da 82 milioni di euro, cui va aggiunta, per la commercializzazione “in nero” del prodotto, un’ingente evasione nell’imposizione diretta ed indiretta, che è ancora da quantificare.

Per le movimentazione di una parte dei proventi derivanti dalla frode, il presunto sodalizio si sarebbe avvalso anche di un sistema di trasferimento di denaro, costituito in una prima fase da corrieri di valuta, e, in un secondo momento, da un più sofisticato sistema parallelo a quello bancario posto in essere tra i diversi Paesi europei.  

Nello specifico delle singole posizioni che toccano i personaggi indagati nel Leccese, Screti già amministratore di fatto della Drink Service Bologna Srl di San Giovanni Persiceto e della società cooperativa Beauty Bar di Torre Santa Susanna, avrebbe intrattenuto rapporti con i referenti esteri dell’organizzazione, recependo le direttive da impartire ai collaboratori, ritirando in Germania le somme per il pagamento di altri soggetti coinvolti, smistando le quote e ricercando nuovi adepti. Ruberti, invece,  in qualità di consulente, avrebbe organizzato e gestito il deposito della Beauty Bar, occupandosi della programmazione dei computer per le varie operazioni telematiche, ricevendo ordini, fra gli altri, proprio dal già citato Screti.     

La stessa Drink Service sarebbe stata creata solo per la ricezione virtuale dei prodotti alcolici, con la spedizione di falsi e-AD telematici, merce, come già spiegato, destinata a circolare “in nero” e inviata in luoghi diversi dal deposito fiscale. A tale proposito sarebbero stati creati ben 3mila e 348 falsi e-AD. La società sarebbe poi fallita in maniera dolosa (Screti risponde, infatti, anche di bancarotta fraudolenta) con debiti erariali destinati fin dall’origine a non essere mai pagati.  

Meccanismo pressoché simile anche per l’altra società, la Beauty Bar società cooperativa di Torre Santa Susanna. Anche questo un deposito virtuale con produzione di mille e 162 falsi e-AD. Lo stesso sistema sarebbe stato impiegato anche da altre sette società disseminate in Italia, che fanno riferimenti agli altri indagati.  

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