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Martedì, 21 Maggio 2024
Cronaca Nardò

Bracciante morto nei campi, definitiva l’assoluzione per l’uomo accusato di capolarato

Nessun ricorso in Cassazione contro la decisione della Corte d’Assise d’appello di annullare la condanna a 14 anni per il decesso avvenuto in località Pittuini, a Nardò. Per i giudici, l’organizzazione “schiavista” era riconducibile solo all’imprenditore defunto

NARDO’ - E’ diventata definitiva la sentenza di assoluzione per Mohamed Elsalih, il 42enne originario del Sudan finito al banco degli imputati perché ritenuto responsabile della morte del 47enne Abdullah Mohammed, avvenuta il 20 luglio del 2015, mentre raccoglieva pomodori sotto il sole cocente in località Pittuini, a Nardò. Questi avrebbe potuto salvarsi se solo fosse stato sottoposto a una preventiva visita medica dalla quale sarebbe emersa la polmonite di cui era affetto e in ragione della quale gli sarebbe stato impedito di lavorare. Invece, lo sforzo e le condizioni climatiche alle quali si sottopose non fecero altro che peggiorare irrimediabilmente il suo stato di salute.

Riconosciuto nel processo di primo grado come il caporale che avrebbe reclutato gli immigrati e si sarebbe occupato del loro trasporto nelle campagne, il 24 novembre del 2022, Elsalih fu condannato a 14 anni e mezzo di reclusione per riduzione in schiavitù e omicidio colposo. La stessa pena fu inflitta per gli stessi reati anche a Giuseppe Mariano detto “Pippi”, 83 anni, originario di Scorrano, residente a Porto Cesareo, ritenuto a capo dell’azienda agricola.

Ma lo scorso 23 gennaio, la Corte d’assise d’Appello ribaltò il verdetto: dopo aver prima stralciato la posizione dell’imprenditore, essendo nel frattempo deceduto, accolse le argomentazioni della difesa del 42enne, supportate dalle dichiarazioni di numerosi testimoni e anche da documenti.

In particolare, gli avvocati Giuseppe Sessa e Ivana Quarta dimostrarono che la mansione svolta dal loro assistito fosse principalmente quella di conteggiare i cassoni già riempiti da altri, utile alla successiva retribuzione da parte del datore di lavoro. Il suo ruolo, insomma, non sarebbe stato decisionale, poiché avrebbe preso ordini dal titolare, allo stesso modo degli altri, e quindi non sarebbe spettato a lui occuparsi delle misure di sicurezza.

Dello stesso avviso fu la Corte d’assise d’appello, composta dalla presidente Teresa Liurni, dal collega Giuseppe Biondi e dai giudici popolari, che nelle motivazioni della sentenza di assoluzione con formula “per non aver commesso il fatto”, lanciarono l’affondo sull’imprenditore passato a miglior vita: “Anche il Mohamed Elsalih era un dipendente di Giuseppe Mariano. Certamente, a differenza degli altri braccianti agricoli, egli rivestiva un molo di maggiore fiducia e svolgeva mansioni diverse. Ma l'intera organizzazione dell'azienda agricola, per così dire “schiavista", era riferibile al defunto Mariano. Era quest'ultimo l'unico che impartiva ordini e direttive ai lavoratori; era l'unico che aveva risorse e disponibilità finanziarie (invero, soltanto il Mariano retribuiva i braccianti), e che, quindi, poteva fornire dispositivi di sicurezza ai lavoratori, ovvero quelle minime dignitose condizioni lavorative (un minimo per dissetarsi o riposarsi all'ombra nelle giornate di forte calura, come quelle del periodo in esame); era l'unico che poteva disporre preventive visite mediche, prima dell'assunzione dei lavoratori; era l'unico che poteva prevedere forme diverse di retribuzione da quella esclusivamente a cottimo. Era l'unico che decideva se assumere o meno un lavoratore, tenuto conto che molti si presentavano direttamente a lui, e che, per altri, il Mohamed Elsalih (ma non solo lui) si limitava soltanto a passargli i documenti per regolarizzare l'assunzione”.

Questi alcuni dei passaggi fondamentali delle motivazioni della sentenza che, in ragione del mancato ricorso in Cassazione, è diventata definitiva.

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