Cadavere in pineta, ascoltate per ore moglie e figlia di Marco Barba

Le due donne gallipoline fin da questa mattina dai carabinieri. Non risultano notifiche nei confronti di "Tannatu". Si sospetta che il cadavere sia di un marocchino residente a Lecce

LECCE – Di Khalid Lagraidi, 41enne di origine marocchina residente a Lecce, si erano perse le tracce il 23 giugno scorso. A denunciare la scomparsa negli uffici dei carabinieri, era stata la sorella Souad Lagraidi. Il sospetto, bisognerà attendere l’esito dell’esame autoptico e dell’analisi del Dna per avere la certezza, è che il cadavere ritrovato in un bidone di metallo a Gallipoli lunedì notte, possa essere proprio quello di Lagraidi.

Ad avvisare i carabinieri, è stata una telefonata anonima, che ha indicato la presenza del fusto in una zona agricola nei pressi di via Mahatma Ghandi, con precise indicazioni su come giungere al corpo. Il contenitore metallico era chiuso da pietre e cemento, mentre il corpo era stato immerso nella calce, accorgimento che potrebbe aver rallentato il processo di decomposizione. Sarà il medico legale Roberto Vaglio a stabilire cause e data (almeno approssimativa) della morte.

Lagraidi Khalid-3-2-2Le indagini, condotte dalla Squadra mobile, stanno scandagliando a fondo ogni possibile pista. La prima importante svolta sembra condurre verso la famiglia di Marco Barba, alias “Tannatu”, 43 anni di Gallipoli, uno dei volti che hanno segnato la storia criminale della Città Bella. Da sempre ritenuto uno degli esponenti del clan Padovano, Barba (fratello di Giuseppe), ha già scontato una lunga condanna, facendo parlare di sé anche per una breve collaborazione con la giustizia e un tentativo di suicidio.

Da questa mattina, infatti, la moglie Anna Casole, 47enne, e la figlia Rosalba Barba, 21 anni, si trovano presso i carabinieri per essere sentite dagli investigatori. Un interrogatorio fiume. Le donne, secondo quanto si è appreso, dovrebbero essere state convocate come persone informate sui fatti, visto che non è stata richiesta la presenza del loro legale, l’avvocato Faenza Speranza (come previsto dalla legge nei casi in cui si interroga un indagato). Nessun provvedimento è stato al momento notificato a Marco Barba, detenuto nel carcere di Taranto.

Molti gli interrogativi da sciogliere. Innanzitutto quale sia il collegamento tra il marocchino scomparso e la famiglia di Barba. Lagraidi, la cui famiglia risiede in Marocco, era in possesso di licenza per l’attività di commercio ambulante e spesso si recava a Gallipoli per lavoro. Il 41enne potrebbe aver incrociato il proprio destino con quello della criminalità della “Città Bella”, pagando con la vita uno “sgarro”. Oppure, potrebbe aver visto qualcosa che non doveva.

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