Cadavere nascosto in un bidone, la Tac evidenzia segni di strangolamento

I risultati dell'esame saranno analizzati domani prima dell'autopsia, che potrebbe sciogliere numerosi interrogativi legati all'omicidio

LECCE – Potrebbe essere morto per strangolamento l’uomo ritrovato in un bidone di metallo a Gallipoli lunedì notte, all’interno di una pineta nei pressi di via Mahatma Ghandi. A evidenziare segni e ferite intorno al collo della vittima la Tac eseguita questa mattina, i cui risultati saranno esaminati domani, prima dell’autopsia, dal medico legale Roberto Vaglio

La vittima potrebbe essere stata uccisa con una corda o del fil di ferro. Bisognerà attendere l’esame autoptico per stabilire, almeno con una certa approssimazione, la data della morte. Il corpo, così come evidenziato già in fase di ispezione cadaverica, presenta lesioni compatibili con l’immersione nell’acido, che ha parzialmente distrutto tessuti e tratti somatici. Per questo bisognerà attendere l’esame del Dna per stabilire se il corpo ritrovato sia di Khalid Lagraidi, il 41enne di origine marocchina residente a Lecce, scomparso il 23 giugno scorso.

A denunciare la scomparsa negli uffici della questura, era stata la sorella Souad Lagraidi. Al momento sono due i nomi iscritti nel registro degli indagati, quello di Marco Barba, alias “Tannatu”, 43 anni di Gallipoli, e della figlia Rosalba, accusati di omicidio (il primo) e di concorso in occultamento di cadavere. Un’iscrizione giunta dopo il lungo interrogatorio della giovane donna (su cui gli inquirenti mantengono il più stretto riserbo), che avrebbe condotto i carabinieri sul luogo del ritrovamento del fusto contenente il cadavere. Sentite dagli investigatori anche la moglie e le altre figlie del 43enne. Ai due indagati è stato notificato l’avviso per la fissazione dell’autopsia, come previsto dalla legge in caso di atti irrepetibili (per l’eventuale nomina di un consulente di parte).

Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore della Dda Alessio Coccioli e condotte dai carabinieri del Nucleo investigativo e dai colleghi di Gallipoli, stanno cercando di fare luce su un giallo dai contorni tanto oscuri quanto misteriosi. Un giallo che ruota inevitabilmente intorno alla figura di Marco Barba, uno dei volti che hanno segnato la storia criminale della “città bella”.

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Da sempre ritenuto uno degli esponenti del clan Padovano, Barba (fratello di Giuseppe), ha già scontato una lunga condanna, facendo parlare di sé anche per una breve collaborazione con la giustizia e un tentativo di suicidio, e per essere stato coinvolto in un altro omicidio misterioso, quello di Luigi Gatto, scomparso nel nulla il 18 giugno del 1995. Uno dei grandi misteri insoluti della storia criminale salentina. Un caso di lupara bianca avvolto da un fitto alone di mistero e omertà. Sono stati due collaboratori di giustizia, Giorgio Manis e Simone Caforio, a raccontare, nel corso del processo per gli omicidi di Salvatore Padovano e Carmine Greco, di aver appreso che fu Barba ad ammazzarlo per il mancato pagamento di una partita di droga, facendo sparire il cadavere in località Casette. Accuse sempre respinte da Barba, che ha evidenziato come all’epoca dei fatti fosse detenuto.

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