Cronaca

Scandalo Pet tc: “Malati di tumore ancora costretti ai viaggi della speranza”

La denuncia arriva dai legali di Giuseppe Calabrese, proprietario dell'unico macchinario disponibile nella provincia. Bloccate le prenotazioni per l'esame diagnostico per mancanza di budget. Ma i legali promettono battaglia

Luigi Mariano e Fabio Paternello

 

LECCE - Facendo i dovuti scongiuri, se una malattia grave, un tumore, nei prossimi giorni dovesse colpire un abitante della provincia di Lecce le soluzioni sarebbero due: una prenotazione urgente per un esame diagnostico presso l’ospedale di Brindisi (tempo d’attesa stimato, almeno 30 giorni) o la corsa fuori regione per i famosi viaggi della speranza.

Assurdo? Sì, possiamo dirlo, soprattutto alla luce del fatto che un macchinario di Pet tc esiste a Cavallino, ma la struttura ha dovuto bloccare le prenotazioni. Il budget è esaurito ed a fine marzo è scaduta la proroga del contratto provvisorio, rinnovato per un altro trimestre, stipulato tra la Asl di Lecce ed il centro di medicina nucleare “Calabrese”. La struttura privata, già al centro di una polemica condotta a suon di carte bollate e ricorsi per far funzionare il macchinario (l’unico in tutta la provincia), ha tirato avanti per il mese di aprile con un residuo del budget destinato alla scintigrafia, avendo operato fino ad adesso con un budget concesso dalla Asl di 200 mila euro a trimestre, dal settembre 2011 fino al marzo di quest’anno.

Ora i soldi non ci sono più. Questa è la spiegazione ufficiale che i legali della struttura hanno ricevuto e che hanno ritenuto inaccettabile: “Ricordiamo che la singola prestazione di Pet tc costa, a Cavallino, 800 euro, a fronte dei mille e passa euro che la medesima prestazione costa, al sistema sanitario nazionale, altrove”.

In altre parole, questi esami urgenti, spesso “salva vita” che un cittadino ha il diritto di effettuare dove crede, vengono obbligatoriamente rimborsati. Il viaggio della speranza non è gratis, né per il privato che affronta (se può) le spese di trasporto, né per le Asl.

I due avvocati Luigi Mariano e Fabio Paternello, oltre ad aver preparato il ricorso contro la delibera Asl numero 413 del 2012,  si dicono pronti a sollevare uno scandalo: “Non per una faccenda privata di un imprenditore che da 4 anni, per lavorare ha dovuto fare ricorsi e contro ricorsi, ma perché i risvolti ed i costi sociali per i malati sono troppo alti”, dicono. Dal punto di vista legale, le carte sono apposto. Il centro ha ottenuto l’accreditamento istituzionale che serviva e che dovrebbe mettere la parola fine alla storia delle certificazioni che servivano, mancavano o non erano corrette per entrare nel sistema sanitario nazionale. E lavorare.

Tra i dettagli di questa storia “decisamente poco chiara”, per i legali salta all’occhio la contraddizione del sistema sanitario regionale che “da un lato, nei suoi atti programmatici, spinge verso la prossimità dei malati alle strutture in modo da contenere le spese della mobilità passiva (dei viaggi, cioè), dall’altro ha speso nel 2009 più di 2 milioni di euro per sostenere i costi di 343 malati che si sono divisi tra Lombardia, Emilia Romagna, Basilicata e Campania per effettuare quest’esame fondamentale”.

Il centro calabrese, sottolineano gli avvocati, ha speso di sua tasca un milione e 200 mila euro di prestazioni che ancora non sono state rimborsate (perché la struttura non risultava accreditata) e che non vuole farsi rimborsare dai malati, ma dalla Asl di Lecce. Tutto questo a “costo di fallire”: i 10 dipendenti della struttura sono stati messi in cassa integrazione straordinaria fino a fine mese, e non sanno se verrà rinnovata.

“Ora chiediamo un tavolo alla presenza di tutte le istituzioni del territorio, comprese la Asl ed il prefetto di Lecce perché ci spieghino, pubblicamente, la natura dell’impedimento tecnico che ha bloccato la struttura”, spiegano gli avvocati. “Non può esserci un problema finanziario, perché la mobilità passiva costa ugualmente, se non di più, né esiste conflitto con un’altra pet tc pubblica perché, semplicemente, non ne esiste una nell’intera provincia di Lecce”.

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