Martedì, 18 Maggio 2021
Cronaca

Case popolari, si rafforzano le accuse su Attilio Monosi e Luca Pasqualini

Le motivazioni sull'accoglimento di buona parte dell'appello della Procura rispetto ad alcune misure cautelari e al riconoscimento di alcuni capi d'imputazione rigettati

LECCE - Hanno dimostrato di avere una capacità non comune di alterare la realtà e una professionalità nel commettere reati contro la pubblica amministrazione, strumentalizzando interessi privati per un tornaconto elettorale. Hanno creato un sistema di controllo e gestione dei voti utilizzando come moneta di scambio la cosa pubblica, nello specifico gli alloggi popolari che venivano assegnati senza tenere conto della normativa e delle graduatorie.

Si esprime così il Tribunale del Riesame  rispetto ai due politici, Attilio Monosi e Luca Pasqualini, e al funzionario Pasquale Gorgoni, coinvolti nell'inchiesta sulle case popolari. C'è questo e molto altro nell'ordinanza, depositata due giorni fa, con la quale il collegio (composto dal presidente Silvio Piccinno e dai giudici, estensore, Pia Verderosa e Anna Paola Capano) motiva la decisione del 12 ottobre di accogliere in buona parte l'appello della Procura rispetto ad alcune misure cautelari e al riconoscimento di alcuni capi d'imputazione rigettati nell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Giovanni Gallo

Pasqualini, ecco perché non deve andare in carcere

Luca Pasqualini-3Ritenuto ai vertici dell’associazione per delinquere, insieme a Monosi e al noto politico del Pd Antonio Torricelli, l’ex assessore ed ex consigliere comunale Luca Pasqualini per i pubblici ministeri Roberta Licci e Massimiliano Carducci avrebbe meritato il carcere (e non i domiciliari ai quali è sottoposto dall’8 settembre scorso), in considerazione dei rapporti che lo stesso avrebbe avuto con esponenti della criminalità organizzata salentina. Ma sul punto il Riesame ha sostenuto che i contatti avuti da Pasqualini con affiliati dei clan Briganti e Nisi risalgono al 2012 e nelle intercettazioni non emergono successivi rapporti.

Inoltre, ritengono ancora i giudici, il contenuto dei dialoghi è generico e non si riesce a individuare la richiesta avanzata dagli affiliati al clan Briganti a Pasqualini. Secondo i giudici, inoltre, la lettera (datata il 2 novembre 2014) sequestrata nell’ufficio del politico, l’8 giugno 2015, con la quale un detenuto dal carcere di Sulmona gli chiedeva di intervenire affinché alla moglie fosse assegnato un alloggio più grande, non è sufficiente per sostenere una contiguità tra Pasqualini e la criminalità organizzata.

Il Tribunale del Riesame ha invece riconosciuto il reato di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, relativo alla vicenda sugli stalli per il carico e scarico delle merci realizzati davanti a tre supermercati di Lecce con l’obiettivo di avere sostegno elettorale (per le elezioni europee del 2014 e per le regionali del 2015) e ottenere alcune assunzioni negli stessi esercizi commerciali. La vicenda risale al maggio 2014, quando Pasqualini ricopriva la carica di assessore al traffico e mobilità a Palazzo Carafa, e vede indagata anche Laura Panzera, 39 anni, di Lecce, alla quale sono riconducibili i supermercati.

Secondo il Riesame, anche in assenza di un regolamento, è necessaria una preventiva istruttoria per verificare sia la necessità dello stallo, sia l’eventuale intralcio al traffico. Che Panzera abbia votato o meno non fa testo, per i giudici, perché la corruzione si consuma anche solo con l’accettazione della promessa.

Non è stato invece accolto l’appello riguardo a un episodio di abuso d’ufficio, in merito all’interessamento di Pasqualini su un cambio di residenza che riguardava Sergio Marti (tra gli indagati nell’inchiesta). In accordo col gip, anche i giudici della Libertà hanno ritenuto non ci sia  certezza che l’ex assessore fosse a conoscenza del fatto che Marti occupasse abusivamente l’immobile dal 2012.

Monosi e i tre episodi di corruzione 

monosi_documenti-3-2-2-6Il Tribunale del Riesame ha accolto l’appello dei pubblici ministeri in merito a tre episodi che vedono l’ex assessore e ed ex consigliere comunale Attilio Monosi indagato per corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio. Il primo riguarda i suoi rapporti con Monica Durante, ritenuta portavoce del gruppo di abusivi “Gli amici di Pasqualini”. Questa avrebbe dato un forte sostegno elettorale al politico in cambio di favori, come l’attribuzione illegittima di 4 punti. Per ottenere il punteggio aggiuntivo la condizione imposta dalla legge regionale era vivere in un “locale improprio adibito ad alloggio”, come stalle, grotte, baracche e dormitori pubblici, mentre Durante, notano i giudici, occupava una casa parcheggio.

Significativa, secondo il Riesame, è poi la conversazione tra Monosi e Roberto Marti (oggi parlamentare, per il quale si procede separatamente): il primo ammette che l'assegnazione degli alloggi di via Potenza era stata effettuata illegittimamente, non essendo ancora stati ultimati, a Durante e “agli amici Pasqualini”, che costituivano il loro bacino elettorale per aver sempre sostenuto lui e i candidati da lui indicati. Quindi Monosi chiarisce che, ora che gli stessi minacciavano proteste per i ritardi nella consegna delle case, dovevano darsi da fare perché altrimenti avrebbero corso il rischio di perdere un importante bacino elettorale.

In un'altra intercettazione si evince che Monosi avrebbe promesso a Durante gli immobili di via Potenza nel mese di febbraio prim'ancora della delibera cosiddetta di “individuazione” che risale al 7 marzo 2014 e dall'altra fa emergere la consapevolezza da parte di Durante di quanto fosse importante il suo ruolo nella carriera politica di Monosi. Infatti, alla minaccia di quest'ultimo di strappare la delibera in caso di proteste, lei replicava con un'altra minaccia “casomai gli salta la poltrona a lui”, dimostrando di essere riuscita a indirizzare sul politico un elevato numero di elettori e di essere capace di spostare le preferenze su un altro candidato e di farlo uscire dal Comune.

La seconda vicenda riguarda gli interventi di Monosi finalizzati all’assegnazione di un alloggio a Raffaele Liccardi, che secondo i giudici costituiscono la controprestazione al sostegno elettorale (per il candidato Erio Congedo alle elezioni di maggio 2015). Secondo i giudici, Monosi avrebbe predisposto una serie di atti illegittimi e avviato iniziative per liberare l’alloggio già occupato da una donna. Fu interpellata la Procura per ottenere un sequestro preventivo dell’immobile e nonostante il gip lo negò ritenendo che l’inquilina avesse diritto alla sanatoria, Monosi assegnò l’immobile a Liccardi.

Il terzo episodio invece riguarda i rapporti con Diego Monaco, occupante abusivo di un alloggio, che grazie all’intervento di Monosi (all’epoca dei fatti, assessore all’edilizia residenziale) ottenne il rinvio del procedimento di sgombero, riuscendo poi a rientrare nella sanatoria, non solo per sé ma anche per altri del gruppo di abusivi di cui sarebbe stato rappresentante.

Gorgoni e la vicenda del fratello del boss Briganti

Per i giudici del Riesame fu tentato peculato (e non tentato abuso d’ufficio, come sostenuto dal gip Gallo) quello commesso dal funzionario Pasquale Gorgoni nella vicenda che riguarda il fratello del boss Maurizio Briganti. Gorgoni e Rosario, detto Andrea, D’Elia si sarebbero accordati per mettere a carico del Comune le spese sostenute dalla famiglia Briganti per il pagamento del B&B, dove soggiornava in seguito all’incendio dell’abitazione avvenuto il 30 giugno 2014.

Il reato, sottolineano i giudici, non si è consumato per l'intervento della Guardia di Finanza che sequestrò le richieste di accesso al fondo di rotazione. Al fondo avrebbero potuto accedere (stando alla delibera comunale n.86 del 26 novembre 2013) solo le famiglie in difficoltà economiche che occupavano alloggi di edilizia residenziale pubblica e appartenenti al patrimonio abitativo del Comune e a quello dello Iacp e non quelle in un B&B.

Il Riesame ha accolto l’appello dei pm riconoscendo il tentato peculato nei riguardi sia di Gorgoni che di D’Elia, ma ha respinto la richiesta di domiciliari avanzata per quest’ultimo ritenendo che il tempo trascorso dei fatti non renda più attuali le esigenze cautelari.

Associazione anche per Durante e Monaco

Secondo il Riesame facevano parte dell’associazione a delinquere anche Monica Durante, la 41enne leccese che avrebbe raccolto voti per conto dei politici in cambio di favori, attualmente all'obbligo di dimora, e Diego Monaco, 39 anni, anche questi di Lecce, quale rappresentante del “comitato degli abusivi”, indagato a piede libero. Questo alla luce dei contatti che la prima avrebbe avuto con Monosi e Pasqualini, il secondo, principalmente con Monosi, ma il suo ruolo, sarebbe stato anche quello di intermediazione tra lo stesso Monosi, Torricelli e Pasqualini. Per entrambi, è stata quindi accolta la richiesta di domiciliari avanzata dai pm. Non è stato invece riconosciuto il reato associativo per Monia Gaetani, 49enne di Lecce (all'obbligo di dimora), poiché, secondo i giudici avrebbe agito solo nell’interesse di Torricelli.

Quanto ad Andrea Santoro, il 27enne leccese accusato di aver partecipato al pestaggio dell'uomo che con la sua denuncia mise in moto la macchina della giustizia, i giudici hanno riconosciuto, come sollevato dai pm, l’aggravante del metodo mafioso sul reato di lesioni e disposto il carcere (dove già si trova ma per altra causa, per questa aveva ottenuto i domiciliari).

Ma la partita non finisce qui, ora che sono state depositate le motivazioni del dispositivo, gli avvocati difensori (Amilcare Tana, Giuseppe Corleto, Luigi Covella, Giuseppe De Luca, Riccardo Giannuzzi, Pantaleo Cannoletta, Tommaso Donvito) valuteranno il ricorso in Cassazione.

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