Case&Voti, inquilino picchiato perché denunciò gli abusi: tre condanne

Arriva il verdetto nel processo abbreviato sull’aggressione avvenuta il 9 giugno 2015, nella villetta di un pregiudicato a Surbo. Riconosciuti i responsabili

LECCE - Fu accerchiato da cinque uomini nella villetta a Surbo del pregiudicato Giuseppe Nicoletti, che conosceva perché lavorava nella sua ditta di traslochi, e preso a calci e pugni affinché ritirasse una denuncia troppo “scomoda”, quella sui presunti abusi nell’assegnazione degli alloggi popolari destinata a sconvolgere gli “equilibri” della città. Il processo che vede tra gli imputati noti politici leccesi come Attilio Monosi, Luca Pasqualini e Antonio Torricelli è ancora tutto da scrivere, ma per l’aggressione avvenuta il 9 giugno del 2015 nei riguardi di Piero Scatigna ci sono tre responsabili.

Lo ha stabilito la sentenza emessa oggi dal giudice Edoardo D’Ambrosio che, al termine del processo discusso col rito abbreviato, ha inflitto: 4 anni di reclusione, più 6mila euro di multa, a Nicola Pinto, 31 anni, di Lecce; 4 anni e mezzo, e 6mila euro di multa, al figlio di Nicoletti, Umberto, di 41, e 3 anni e 4 mesi, più 4.800 euro, ad Andrea Santoro, di 27, anche questi di Lecce. Il verdetto dispone anche l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e riconosce il risarcimento del danno in separata sede, con una tranche immediata di 5mila euro, solo alla vittima, ma non alle altre parti civili (Comune di Lecce e Arca Sud).

Lesioni e violenza privata tentata (perché le botte non convinsero la vittima a tornare sui suoi passi), con le aggravanti di aver agito con premeditazione e con l’uso di armi in cinque persone e con metodo mafioso: i reati contestati dal pubblico ministero Massimiliano Carducci, il magistrato che ha coordinato l’inchiesta insieme alla collega Roberta Licci.  

Pinto rispondeva anche di occupazione abusiva, reato dal quale è stato assolto (“per non aver commesso il fatto”).

Per gli inquirenti, si trattò di vero e proprio agguato in stile “mafioso”: proprio in seguito alle perquisizioni svolte poco prima dai finanzieri a Palazzo Carafa, il malcapitato fu invitato da Umberto Nicoletti, di cui era nota l’appartenenza alla Sacra Corona Unita (sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Lecce diventata irrevocabile il 16 gennaio 2017), con un messaggio whatsapp, a raggiungerlo in casa del padre, di cui era altrettanto conosciuta la vicinanza ad esponenti del clan Cerfeda-Franco (sentenza della Corte d’Appello di Lecce irrevocabile dal 31 ottobre 2017); prima volarono brutte parole (“infame”), e l’invito a lasciare la città, poi calci e pugni. Sul posto, Pinto si sarebbe presentato armato come pure un altro dei due individui sconosciuti alla vittima. Che, nonostante tutto, non ritirò la denuncia. Anzi. Al primo racconto verbalizzato negli uffici della Guardia di Finanza, si aggiunse quello dell’aggressione , sebbene inizialmente, per paura, non furono rivelati i nomi. Da quel momento, però, la sua vita cambiò: abbandonò il paese per un anno e mezzo per il terrore di ulteriori ritorsioni. A riferirlo nel processo “principale”, lo stesso Scatigna e (ieri) la ex moglie.

“Possiamo ritenerci soddisfatti per questa pronuncia, anche se naturalmente attendiamo di poter leggere la motivazione. È però importante che per la prima volta, dopo anni, sia venuta alla luce la storia di un uomo che ha pagato per il suo coraggio, ma che non si è comunque piegato alle intimidazioni”, ha dichiarato il legale di Scatigna, l’avvocato Angelo Terragno.

Non appena il giudice finirà di mettere nero su bianco le ragioni della sentenza (entro 90 giorni), gli avvocati difensori (Viviana Labbruzzo, Ladislao Massari, Pantaleo Cannoletta, Giancarlo Dei Lazzaretti, Giuseppe Presicce) valuteranno il ricorso in Appello.

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