Mercoledì, 23 Giugno 2021
Cronaca

Mistero di Mauro Martino 20 anni dopo, la famiglia insiste: "Elementi per riaprire il caso"

E'una macchia indelebile per un anziano padre di San Donato di Lecce: dal 2 maggio del 1996 nessuna novità giudiziaria ha alleviato lo strazio di un'attesa

Mauro Martino, scomparso il 2 maggio del 1996.

SAN DONATO DI LECCE – Si dice che l’attesa e la mancanza siano le presenze più ingombranti che l’animo umano debba sopportare. Se è così, la figura di un figlio scomparso nel nulla, per un anziano padre, non è che un inganno potente. Di quelli che non concedono tregua e scippano il sonno. Sono esattamente venti anni che va così. Il 2 maggio del 1996, infatti, Mauro Martino, fioraio di appena 26 anni, compiuti per giunta il giorno prima, è stato ingoiato dalla memoria. Ma un tempo tanto dilatatato non è bastato per far passare nel dimenticatoio uno dei fatti irrisolti delle cronache salentine, uno dei sospetti casi di “lupara bianca”. Seguito con costanza dalla stampa locale fino a quando è calato il sipario giudiziario.

Il corpo di Mauro, è cosa ben nota, non è mai stato rinvenuto. Ma quell’assenza brucia ancora nella mente dei famigliari, che continuano a chiedere la verità. E’ per questo motivo che il padre 74enne di Mauro, Raimondo, sua moglie e i due figli che gli sono rimasti, si sono rivolti a due avvocati penalisti del Foro di Lecce, Federica Conte e Giorgio Giannaccari: pretendono uno squarcio di luce nel buio pesto di un’indagine chiusa. Poi riaperta. Poi nuovamente archiviata ormai da 19 anni.  Ma sono tanti i coni d’ombra nell’indagine. Troppi fatti, molte concatenazioni con altri filoni di indagine sulla malavita e sulla Sacra corona unita. Ma una sola coincidenza. E’ su questa che i legali della famiglia, ai quali da alcuni mesi è stato affidato l’incarico, vogliono vederci chiaro. Tutto accade quel maledetto pomeriggio di maggio del 1996, quando Mauro, dopo aver soccorso il proprio padre rimasto a piedi e con l’auto in panne, si allontana da San Donato di Lecce a bordo di una Fiat Croma, dopo aver ricevuto una telefonata su uno dei primi cellulari di quel periodo. Intorno alle 19 si è avviato verso un appuntamento dal quale non ha più fatto ritorno.

Al padre ha raccontato di dover prendere un amico dall’aeroporto di Brindisi. Alla fidanzata, inoltre, ha assicurato che si sarebbero visti o sentiti in serata. La serata, per la famiglia Martino, è finita lì. Perché da quella notte si sono susseguiti soltanto interrogativi, denunce, appelli alla stampa. Per capire. Per capire. E ancora capire. Nessuno dei parenti, almeno quella sera, ha mostrato ansia per l’assenza di Mauro. Il ragazzo era solito dormire anche fuori casa, fermandosi in una sorta di monolocale, sul retro del vivaio di famiglia. Ma Mauro è stato fagocitato dal nulla. I suoi documenti, patente compresa, portafogli, effetti personali e, persino il telefono cellulare, sono stati lasciati a casa dei suoi genitori quella sera. Plausibile pensare che non fosse un caso, ma una decisione premeditata di chi, evidentemente, sapeva di avere un appuntamento pericoloso. Mauro è scomparso nella serata di giovedì 2 maggio, la sua Croma è stata ritrovata nella giornata di  domenica. Carbonizzata nelle campagne di Lequile. Un’area, del resto, sulla quale da sempre si è sospettata la presenza del cadavere di Mauro.

L’inchiesta del tempo, nelle mani del pubblico ministero Giovanni Gagliotta, è stata condotta sulla scorta dell’attività investigativa da parte dei carabinieri. Si è cercato nei pozzi, nelle cisterne e nelle campagne limitrofe. Nulla. Il nulla. Fino al 9 aprile del 1997. Poco meno di un anno da quel 2 maggio. Poi l’archiviazione. Accade però un fatto, che scompaginerà i torpori mediatici.  E accade nel mese di maggio del 2005.  Quando la Procura della Repubblica di Lecce riapre il caso. In uno dei suoi appelli disperati, Raimondo, il padre di Mauro, ha offerto persino 150 milioni di lire a chi avrebbe fornito informazioni sul figlio, dichiarando: “Bisogna aspettare che un pentito parli per fare chiarezza?”. E’ quanto è accaduto. La chiarezza, però, non c’è stata. Un collaboratore di giustizia ha parlato.

E qui si giunge alla strana coincidenza, forse sottovalutata dal punto di vista investigativo. Un noto pentito della Sacra corona unita, Pantaleo Remo, che ha fornito dichiarazioni sulla morte di Mauro, a fine marzo del 2005, è stato piuttosto preciso. Non soltanto nel ricostruire la rete di contatti e frequentazioni di Mauro. Ma anche nel fornire ai magistrati nomi, e modalità con la quale il giovane fioraio di San Donato di Lecce sarebbe stato ucciso. Il nome che ha indicato, e che ha portato alla riapertura dell’indagine, è stato quello di due fratelli del Magliese. Il pentito ha anche rivelato che i due fratelli gli hanno confidato di aver ucciso Mauro in una campagna, con due colpi di arma che lo hanno raggiunto alla testa e alla spalla. Nonostante quelle argomentazioni così particolareggiate, e che soprattutto hanno dimostrato una conoscenza dettagliata del mondo delle amicizie di Mauro, l’indagine è stata archiviata nuovamente. Due anni dopo.

Da quel momento nessuno ha parlato di Mauro. Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia,  tuttavia, si sono mostrate piuttosto coerenti e “aderenti” a quelle che, all’epoca dei fatti, ha reso anche la fidanzata di Mauro. Ma il magistrato ha ritenuto gli elementi insufficienti per sostenere l’accusa nel dibattimento. I due legali della famiglia Martino vogliono ripartire da qui, confidando nella riapertura di un caso alla luce di quelle dichiarazioni e coincidenze che, approfondite, non restituiranno di certo un figlio. Ma forse aiuteranno un padre  a trovare una sequenza razionale degli eventi che invece, da venti anni esatti, hanno lasciato una famiglia senza un po' di ordine storico, nè pace emotiva. La scomparsa di Mauro - e il silenzio giudiziario che ne è seguito - è già un fatto atroce e ingiusto. Ma abbandonare la ricerca di verità e giustizia, sia essa da parte della magistratura, come per la stampa, passando per la comunità, è cosa ben più grave.

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