Lunedì, 26 Luglio 2021
Cronaca

Casi irrisolti, seconda puntata: omicidio Gravili, storia di un mostro fantasma

Questa è la storia di uno dei delitti più atroci e crudeli mai avvenuti nel Salento. Una storia misteriosa e tragica, che neanche i quasi venti anni trascorsi e l'oblio del tempo sono riusciti a cancellare

Siamo alla seconda puntata di “Casi irrisolti”, quegli omicidi compiuti nel Salento di cui la sola traccia che resta sono purtroppo le vittime. Mentre degli assassini che hanno compiuto quei delitti non vi è ancora traccia.

LECCE – Questa è la storia di uno dei delitti più atroci e crudeli mai avvenuti nel Salento. Una storia misteriosa e tragica, che neanche i quasi vent’anni trascorsi e l’oblio del tempo, da sempre panacea di ogni male, sono riusciti a cancellare. La storia di un bimbo di soli tre anni, Daniele Gravili, rapito, stuprato e lasciato agonizzante sulla spiaggia di Torre Chianca, come un pupazzo gettato via dopo un gioco perverso e crudele. Daniele apparve così, da lontano, al dodicenne che per primo si accorse della presenza di quel bimbo sulla sabbia, come un bambolotto abbandonato, disarticolato. Poi, vincendo l’orrore che gli stringeva il cuore, corse via a chiamare aiuto, urlando tutta la sua paura. Il primo ad accorrere fu un vigile del fuoco: si accorse subito che quel corpicino era esanime ma era ancora vivo. Cercò in tutti i modi rianimarlo, praticando anche la respirazione bocca a bocca, mentre qualcun altro, accorso sul posto, chiamò i carabinieri e i soccorsi.

Erano le due di un pomeriggio di fine estate, ancora caldo e assolato. Era il 12 settembre 1992. Sul posto arrivò un’ambulanza, che trasportò d’urgenza Daniele in ospedale, dove morì la sera stessa, poco prima elle 22, senza mai riprendere conoscenza, soffocato dalla sabbia che gli era finita nei polmoni quando aveva cercato di resistere alla violenza del suo assassino.

Quella di Daniele Gravili è una storia che sembra venir fuori dalle favole, popolate da orchi e spiriti cattivi, dove i bimbi finiscono per essere sottoposti a ogni tipo di sevizia e violenza. Non si tratta però, di una fiaba, ma di un delitto, rimasto insoluto dopo due decenni. Daniele Gravili aveva solo tre anni. Era figlio di un’insegnante, cui era legatissimo, e di un autista. In quel tragico pomeriggio i genitori erano impegnati a preparare i bagagli, la stagione estiva era ormai finita. Il bimbo stava giocando da solo sul vialetto della casa, senza alcun timore di mamma e papà, poiché il cancello era chiuso. Lui, del resto, non si sarebbe mai allontanato da solo. Era talmente piccolo che non avrebbe mai potuto aprire da solo la serratura di quella casa. Pochi istanti di distrazione e Daniele scomparve.

Qualcuno aprì quel cancello, prese il bambino con sé e lo trascinò verso la spiaggia. Un tragitto lungo circa trecento metri, attraverso abitazioni occupate dagli ultimi vacanzieri, e il torpore metafisico della controra, quando il tempo sembra dilatarsi fino a scomparire. Il mostro abusò di quella creatura innocente e lo trascinò privo di sensi fin sulla riva. In spiaggia, a godere dell’ultimo sole di un settembre ancora caldo, c’erano una ventina di persone, ma nessuno vide nulla. Nessuno, nemmeno tra quelle case estive e quei cortili destinati ai giochi dei bambini e degli animali domestici, vide un uomo trascinare via un bambino.

È questa una delle peculiarità di questa vicenda, avvolta da una fitta cortina di omertà e silenzi, che nemmeno gli inquirenti sono riusciti a diradare. La vicenda del piccolo Daniele attraversa il substrato sociale di un Sud profondo e pieno di contraddizioni, in cui la verità sembra cambiar forma in ogni istante. Un viaggio a ritroso dentro il ventre di un Salento arcaico e di una terra che Sciascia avrebbe descritto proprio come la sua Sicilia: “Abbondante e povera, omertosa e pettegola, gioiosa e disperata. La terra del paradosso. Del sistema stravolto, anzi capovolto. Come se una civetta uscisse a volare di giorno”. L'omicidio Gravili ricalca alla perfezione il più classico dei copioni della provincia addormentata, dove il delitto sembra la più semplice delle cose. Un delitto atroce che riporta alla mente le parole di Albert Einstein: “Il mondo è pericoloso non a causa di quelli che fanno del male ma di quelli che guardano e lasciano fare”. Già, perché nessuno si è mai fatto avanti per dire qualcosa, accennare a un indizio.

Quando i genitori corsero fuori a cercare il loro bambino e a suonare a tutte le case che affacciavano sulla via, era troppo tardi. Con la loro auto percorsero ogni via del paese, in maniera disperata, fino alla tragica scoperta che cambiò per sempre le loro vite. Solo alcune ore dopo, in ospedale, emerse l’atroce verità. I medici si accorsero della violenza subita dal piccolo Daniele. Le indagini, condotte dall’allora sostituto procuratore Cataldo Motta e dal vicequestore Massimo Gambino, hanno cercato per anni di dare un volto al mostro di Torre Chianca. Anni in cui ogni traccia, ogni ipotesi, ogni circostanza è stata analizzata dagli inquirenti, che hanno anche sottoposto diciannove persone alla prova del Dna, comparandolo con quello ricavato dalla garza su cui era stato raccolto il liquido seminale trovato sul corpicino di Daniele. Un lavoro estenuante, che non ha portato però all’assassino.

Quello di Daniele è uno dei 27 casi italiani irrisolti di cui si è occupata anche l’Unità delitti insoluti (Udi), costituita nel 2010 dalla Direzione centrale anticrimine della polizia. Neanche con le tecniche più moderne e con i nuovi sistemi investigativi si è riusciti a trovare una nuova pista da seguire. Ci sono misteri che sembrano destinati a non avere mai soluzione. Misteri che hanno il nome di un uomo, il volto di una persona, una fisionomia concreta che sembra impossibile da scoprire. Uno strano mostro che da vent’anni continua ad aleggiare sul Salento e a riempirlo di incubi. 

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