Cronaca

Caso Carrozzo: processo da rifare. Dopo anni di carcere

E' la storia di Antonio Carrozzo, 46enne di Carmiano, residente a Brindisi. Condannato a 23 anni di reclusione per un presunto coinvolgimento in un duplice omicidio a Bari, spuntano carte scomparse

La storia è piuttosto datata, risale agli inizi degli anni '90, ma da allora, ancora nessuna verità giuridica ha messo veramente fine ad un martirio in cui sarebbe rimasto intrappolato un ex ispettore di polizia, Antonio Carrozzo, 46enne nato a Carmiano, in provincia di Lecce, residente da tempo a Brindisi, il cui processo sarebbe tutto da rifare, dopo una condanna definitiva a 23 anni di carcere, già scontata. E' uscito prima per buona condotta. Carrozzo era un distinto e stimato sottoufficiale della polizia di stato, presso la questura di Bari.

Nel corso della detenzione, il 20 settembre 1995, tre anni dopo il suo arresto, viene promosso al grado e alla qualifica d'ispettore della polizia di stato. Paradossi, che, sfumati dal tempo, non hanno trovato risposte certe. Ora, spuntano materiale e carteggio di cui si era persa, misteriosamente, ogni traccia: ricompaiono cartellini scomparsi negli uffici della questura di Bari dopo 16 anni e spunta un pentito che lancia un'ancora di salvataggio. Sono i due pilastri su cui si fonda la revisione del processo di Carrozzo, decisa dalla Corte d'Appello di Lecce, su richiesta dei suoi legali Francesca Conte e Manuel Macchionna.

Lui si è sempre professato innocente su un suo coinvolgimento in una vicenda di malavita a Bari, nel 1992, "periodo caldo" in cui il piombo delle armi risuonava con cadenza quasi quotidiana nei quartieri del capoluogo. Il poliziotto era accusato di aver prelevato il 2 ottobre del 1992 dal quartiere San Girolamo a Bari e di aver consegnato ai sicari, due giovani appartenenti a uno dei clan in lotta per lo spaccio di droga. I due ragazzi vennero uccisi poche ore dopo proprio nell'ambito di una contesa che provocò numerose vittime.

Su Carrozzo, pendeva un buco di dieci minuti, durante i quali, sosteneva l'accusa, avrebbe portato i ragazzi dalla questura, dove erano stati fotosegnalati assieme ad altri tre giovani pregiudicati, con una volante sul luogo dell'omicidio. Li avrebbe consegnati nelle mani dei killer per poi tornare negli uffici dove arrivò la segnalazione degli spari. Con lui, l'agente Carlo Aleardii finito in manette. Ma Carrozzo ha sempre sostenuto di aver lasciato i ragazzi alla sbarra nei pressi della Questura e di essere tornato in ufficio dove avrebbe usato dieci minuti per compilare i cartellini fotosegnaletici, poi a lungo scomparsi. Solo tre anni fa, un collega che scriveva in forma anonima, mandò all'ex-ispettore e all'allora pm antimafia, ora sindaco di Bari, Michele Emiliano una copia di quei tesserini. I legali di Carrozzo, Francesca Conte e Manuel Macchionna hanno fatto richiesta alla Questura e finalmente i cartellini sono ricomparsi. A supporto della sua innocenza, ci sarebbero anche le dichiarazioni di un pentito, Giuseppe Calabrese, che ha fornito altri nomi e cognomi su quel duplice delitto, affermando con certezza la non colpevolezza di Carrozzo.


A riprova dell'impossibilità per l'ex poliziotto di fare il viaggio di andata e ritorno in soli 10 minuti, l'Anas ha comunicato che in quel tratto di strada c'erano lavori in corso. Il 42enne ha aperto ormai da tempo un proprio blog, in cui professa la sua innocenza e avanza l'ipotesi di essere rimasto vittima di un raggiro https://www.antoniocarrozzo.it/Home.htm. L'home-page si apre con la scritta "come in un brutto sogno". "La storia di un ex ispettore di polizia di stato condannato a 23 anni di reclusione "per non aver commesso il fatto". Un personale atto di confessione o la verità su un processo, in cui la magistratura ha agito pigramente?

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