Mercoledì, 16 Giugno 2021
Cronaca

"Caso Imid", Procura contesta a Pepe concussione, abuso d'ufficio e stalking

Chiuse le indagini relative alle presunte pressioni e ingerenze nella gestione del Centro Imid, all'epoca diretto da Mauro Minelli

LECCE – Concussione, abuso d’ufficio, diffamazione, stalking e violenza o minaccia per costringere a commettere un reato. Sono questi i retai contestati dalla Procura della Repubblica di Lecce a Luigi Pepe, 69enne originario di Acquarica del Capo, presidente dell'Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri della provincia di Lecce. All’indagato, assistito dall’avvocato Maria Vanessa Pepe, è stato notificato l’avviso della conclusione delle indagini preliminari a firma del pubblico ministero Paola Guglielmi. Si tratta dell’inchiesta relativa alle presunte pressioni e ingerenze nella gestione del Centro Imid di Campi Salentina, all’epoca diretto da Mauro Minelli.

Secondo l’ipotesi accusatoria Pepe avrebbe costretto, abusando delle sue qualità e dei suoi poteri, Minelli a dimettersi dal ruolo di responsabile del Centro di cura delle malattie rare, per raggiungere lo scopo della chiusura della struttura sanitaria, “osteggiata perché confliggente con i suoi interessi al mantenimento di reparti ospedalieri e di attività medica privata, per cui l'Imid rappresentava una concreta e pericolosa concorrenza”. Per ottenere il suo scopo avrebbe fatto ricorso a minacce verso Minelli e i suoi collaboratori.

L’accusa di abuso d'ufficio scaturisce dai cinque procedimenti disciplinari avviati contro Minelli. Il presidente si sarebbe dovuto astenere “in presenza di una sua manifesta ostilità” nei confronti del direttore dell'Imid. Inoltre, non avrebbe preso atto della cancellazione di Minelli dall'Albo dei medici di Lecce e della conseguente iscrizione a Potenza, omettendo di aggiornale l'Albo nazionale, sottoponendolo in tal modo al potere disciplinare dell'Ordine dei Medici di Lecce.

Il reato di diffamazione è contestato dalla Procura a Pepe per una serie di vicende. In data 8 gennaio 2013, avrebbe “messo in dubbio la liceità dei comportamenti clinico-terapeutici adottati da Minelli”. Il 10 marzo lo avrebbe apostrofato come “mascalzone”, accusandolo di avere “ricevuto soldi da una donna per delle prestazioni ricevute in ospedale”. Inoltre, avrebbe affermato che “la sospensione disciplinare era solo il primo passo” e che gli stava “preparando qualcosa di molto più serio”. Nel corso della conferenza stampa del 4 ottobre 2014, avrebbe offeso più volte il suo rivale, definendolo “persona poco chiara, millantatore, usurpatore di titoli, truffatore verso i pazienti, incompetente” e di aver tenuto “comportamenti abietti”.

Altrettanto grave è l’accusa di stalking per “avere, con condotte reiterate, minacciato e molestato Mauro Minelli, con continui e assidui contatti personali, telefonici ed epistolari, promuovendo molteplici procedimenti disciplinari e inviti a comparire”. Questi comportamenti avrebbero cagionato nella presunta vittima, un grave e perdurante stato d'ansia, costringendolo ad allontanarsi da Lecce e dal suo nucleo famigliare.

A dare avvio alle indagini il voluminoso esposto, corredato da riscontri e integrazioni, presentato nel 2014 da Minelli, assistito dall’avvocato Giuseppe Terragno, in cui si evidenziava una sorta di persecuzione dell’ordine professionale nei suoi confronti, poi sfociata in una sospensione e, infine, nelle dimissioni del medico e nella chiusura del centro. A febbraio il gip Alcide Maritati aveva accolto l’istanza di opposizione all’archiviazione dei legali di Minelli e disposto nuove indagini sfociate nel provvedimento odierno. Accuse, ovviamente, tutte da dimostrare

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