Caso Ivan Ciullo, il consulente nominato dalla famiglia: "Non è un suicidio"

Nella sua relazione il criminologo Roberto Lazzari evidenzia i presunti errori compiuti dagli inquirenti in occasione dei rilevamenti tecnici, del sopralluogo giudiziario e nel repertare le tracce

Il test eseguito sul cavo.

LECCE – Ivan Ciullo, in arte Ivan Navi, il 34enne, cantautore e dj radiofonico, trovato impiccato la mattina del 22 giugno 2015 ad un albero di olivo nelle campagne di Acquarica, non si è suicidato. E’ quanto emerge dalla consulenza tecnico-scientifica svolta dal criminologo Roberto Lazzari, esperto in indagini scientifiche forensi, su incarico dei genitori del ragazzo, Rita Bortone e Sergio Martella.

Nella sua relazione Lazzari evidenzia i presunti errori compiuti dagli inquirenti in occasione dei rilevamenti tecnici, del sopralluogo giudiziario e nel repertare le tracce. Innanzitutto, dall’analisi del fascicolo emergerebbe l’assenza di accertamenti sulle misure del cavo al quale il giovane era appeso, e su quelle relative agli spazi tra il terreno e il ramo al quale il cavo era agganciato. Le presunte lacune investigative avrebbero indotto gli inquirenti a sostenere che la posizione genuflessa nella quale il corpo è stato ritrovato dipendesse dall’allungamento del cavo. Il consulente di parte, dopo alcuni rilevamenti scientifici compiuti sul luogo del ritrovamento e sul cavo, definisce “del tutto inverosimile che il corpo possa essere rimasto sospeso dal terreno, così come pare inverosimile anche l’utilizzo dello sgabello”. Il ramo, infatti, si trova ad una distanza di 205 centimetri da terra, mentre l’altezza del corpo, sommata alla lunghezza del corpo, è pari a 225 centimetri.

Allo scopo di fornire prove scientifiche, Lazzari ha eseguito in laboratorio una “prova tensiometrica” sul cavo microfonico rinvenuto nella macchina del ragazzo, del tutto identico a quello sequestrato dagli inquirenti. Dall’esperimento è emerso che l’allungamento del cavo è di soli 4 centimetri e avviene unicamente nella prima fase di tensionamento, per effetto del restringimento dei nodi. Pertanto la posizione in cui è stato ritrovato il corpo, quasi in ginocchio, non è dipesa dall’allungamento del cavo, come sostenuto dagli inquirenti.

Inoltre il perito ha preso in esame una serie di elementi tratti dal materiale fotografico presente nei fascicoli, li ha sottoposti ad analisi criminalistica forense, evidenziando come siano “non congrui allo scenario di tipo suicidiario”. Primo fra tutti lo sgabello trovato accanto al corpo: malgrado le quattro gambe metalliche si adagino su un terreno soffice (un campo di ulivi) solo una di esse affonda nella terra. Nessuno pertanto è salito su quello sgabello, anche in considerazione del fatto che non vi sono impronte di scarpe.

Sono state poi prese in esame le ecchimosi presenti sul corpo. In particolare, quella alla base del collo: non può essere stata prodotta dal cavo microfonico poiché presenta uno spessore nettamente inferiore, compatibile invece con un laccio più piccolo, avvolgente in senso orizzontale. Tale circostanza fa ipotizzare che il ragazzo sia stato prima strangolato e poi appeso. Dalle analisi delle foto il perito evidenzia la presenza di terriccio sui pantaloni, in corrispondenza delle caviglie, e di contro segnala l’anomala assenza di terriccio sulle calzature indossate da Ivan. Peraltro appaiono evidenti, sul terreno in prossimità del cadavere, impronte di scarpe diverse da quelle rinvenute addosso al ragazzo.

Infine l’analisi del criminologo si sofferma sulla presenza di un oggetto voluminoso nella tasca destra dei pantaloni, evidente nella foto del ritrovamento del corpo, ma in nessun verbale, in nessun documento presente nei fascicoli viene citato tale oggetto. E nelle immagini fotografiche scattate in obitorio le tasche appaiono vuote. In conclusione, Lazzari sottolinea la necessità che gli inquirenti svolgano ulteriori approfondimenti scientifici, finalizzati a colmare le lacune investigative e spiegare le troppe incongruenze: l’autopsia, innanzitutto; l’esame tossicologico; la ricerca di impronte digitali e tracce biologiche sul cavo e sullo sgabello.

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Nel febbraio del 2017 il gip Vincenzo Brancato ha accolto la richiesta di opposizione all’archiviazione presentata dai legali della famiglia, che hanno chiesto una lunga serie di approfondimenti investigativi utili a fare luce sulla morte di Ivan, evidenziando presunte lacune e negligenze che hanno indotto i genitori di Ivan a sporgere denuncia al Tribunale di Potenza contro la il magistrato titolare del procedimento, Carmen Ruggiero. E’ attesa nei prossimi mesi la decisione del gip Vincenzo Brancato sulla seconda richiesta di archiviazione del caso presentata dalla Procura di Lecce.

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