Venerdì, 30 Luglio 2021
Cronaca

Caso Renda, processo farsa. "Ma è un crimine di Stato"

La famiglia del bancario lotta con i suoi avvocati e l'ambasciatore Scauso in un clima di ostilità diffuso. Richiesto il trasferimento del processo a Città del Messico. "Torturato fino alla morte"

Arriva sempre un momento in cui le lacrime della disperazione si mescolano al sudore della battaglia. Nessuno quasi più ci crede. Ma a questo mondo esistono ancora uomini e donne con gli attributi. Di sangue italiano. Sissignori. Una famiglia assetata di giustizia che scavalca quasi solitaria ogni ostacolo, un avvocato talmente temerario da sfidare a testa alta la corruzione ai massimi livelli nella consapevolezza che da quella città dovrà spostarsi, perché (parole dalle sue memorie) "a Playa del Carmen non potrò lavorarci mai più", un ambasciatore animato da una forza leonina. Sugli schermi ci martoriano con il caso di Meredith, l'inglese. Un omicidio terribile, per carità. Ma non ci dicono niente di un italiano morto per mano di istituzioni di uno Stato messicano ("negligenza nell'esercizio delle funzioni" è giusto l'accusa minima), per il quale combattono in pochi, gettando l'anima nella contesa, intorno ad un vergognoso silenzio generale. Di quei silenzi che urlano.

Siamo gli zimbelli del pianeta. Scopiazziamo i format altrui e piangiamo i loro morti. Ma mettiamo i nostri in un cassetto. Chi se ne frega. Chi se ne frega se un ragazzo italiano è stato rinchiuso in una cella per un reato che non ha commesso, che in quella cella c'è morto perché intorno c'erano solo miseria umana e impudenza, che il dolore di una famiglia, che potrebbe essere la nostra, sia insanabile e puntellata da incolmabili "perché?". Chi se ne frega se persino diversi giornalisti messicani, in un impeto di orgoglio e nel pieno rispetto dell'etica, stiano iniziando da tempo a farsi domande fastidiose sui governatori dello Stato di Quintana Roo, sui soldi per le cauzioni usciti da chissà dove per tirare fuori alcuni imputati, sulle incredibili morti a ripetizione e in circostanze misteriose di turisti stranieri? Chi se ne frega. Forse l'imbarazzo cova su tutto. Siamo Paesi amici e da poco un abbraccio e qualche carta hanno sancito un rapporto di cooperazione internazionale. Sorrisi di circostanza per i flash, signori. Tanto i morti non respirano più e stanno sottoterra. Amen.

Città del Messico. E' qui che vogliono arrivare, per ora, la famiglia Renda, l'avvocato italo-americano Leonardo Tedesco, l'ambasciatore Felice Scauso. A Playa del Carmen, secondo le parole del legale, animato da una passione per questo caso che quasi lo divora, e che segue la causa sul posto rapportandosi con i legali leccesi Pasquale Corleto e Fabio Valenti, esisterebbe un gioco di coperture e di interessi tesi a mascherare la cruda verità. Un triste balletto di scaricabarili e di piagnucolose discolpe, coperti da pezzi da novanta della politica locale, che avrebbero impedito il normale svolgimento del processo. Più che un dibattimento, "un circo", come l'ha ribattezzato Tedesco in passato, con tagliente sarcasmo, nelle sue corrispondenze con Corleto e Valenti. Esiste a tale proposito un recente rapporto, molto dettagliato.

"La denuncia dei fatti - racconta con la solita fermezza che la distingue Elisa Greco, zia materna di Simone Renda, bancario 34enne morto in una cella per non aver compiuto il fatto - è del 6 dicembre scorso ed è stata inviata tramite l'ambasciatore italiano in Messico Felice Scauso alle autorità federali. Abbiamo chiesto l'intervento della Procura della Repubblica a Città del Messico, perché prendano la causa come federale lasciando la giurisdizione locale di Playa del Carmen, nella regione di Quintana Roo, dove volutamente la giustizia non ha fatto il suo corso. Mi auguro che i responsabili di questo atto così ignobile, definito a giusta ragione come un 'crimine di Stato', possano un giorno essere giustamente perseguiti".

Ma chi sono le persone coinvolte? E perché "la giustizia non ha fatto il suo corso"? Un giudice che avrebbe dovuto scarcerare Simone, detenuto secondo la famiglia e gli avvocati senza una vera ragione, agenti della polizia turistica, quelli che lo prelevarono dall'hotel Posada Mariposa, guardie carcerarie. I loro nomi non ci dicono nulla, perché ci sembrano esotici. Perché non sono mai stati i nostri carcerieri, quelli che ci hanno ammanettato o dalla cui parola sarebbe potuta dipendere la nostra libertà: Alejandro Baqueiro Canto, Hermila Valero Gonzalez, Jaime Don Juan Salmeron, Jose Alfredo Martinez Gomez, Francisco Javier Sosa Frias, Arceño Parra Cano, Pedro May Balam, Jose Luis Hernandez Velasco, Cruz Gomez Gomez, Enrique Najera Sanchez, Luis Alberto Arcos Landeros, Jose Luis Hernandez Barragan, Juan Martin Rodriguez Olvera, Rodolfo Del Angel Campos, Wilberto Palma Perera. Non è la "rosa" messicana che si presenterà ai prossimi mondiali di calcio, una delle poche cose in cui noi italiani riusciamo ad uscire vincitori. Gli occhi di alcuni fra questi emeriti sconosciuti hanno visto Simone nei suoi ultimi istanti. Da brividi.

"Simone Renda fu portato ammalato, senza aver fatto un vero check-out, dalla camera dell'albergo fino ad una cella come un delinquente, con tutto il suo bagaglio, lasciato a se stesso fino alla morte come punizione per un'accusa di tossicomania. Tutto questo, con la sola forza della parola data dall'amministratrice dell'Hotel Posada Mariposa". Le frasi dell'avvocato Tedesco sono dirette. Le circonlocuzioni sono un'invenzione tutta nostrana. Tutto questo si traduce in "sequestro, tortura e omicidio doloso", imputazioni che, si auspicano, "non siano respinte da parte la Procura della Repubblica".

"Senza una causa comprovabile di infrazione amministrativa o di crimine commesso, cioè in assoluta e totale illegalità - spiega Tedesco ripercorrendo i momenti che hanno portato all'arresto di Simone Renda - è stato detenuto con sintomi di un infarto al miocardio e di disidratazione, bocca secca e lingua secca. Era sudato, accusato superficialmente di tossicomania e lasciato in cella per 42 ore con il caldo dei Caraibi, senz'acqua e senza alcun tipo di pasto fino alla sua morte". Simone Renda, per chi non ricorderà, sarebbe comunque dovuto essere scarcerato non appena trascorsa la 36esima ora, ma la porta della cella si aprì la mattina del 3 marzo, 6 ore dopo. Era già morto. Quello che finora non era mai stato sottolineato, è la presunta responsabilità della titolare dell'albergo dove Simone Renda venne prelevato, intorno alle 12 del 2 marzo del 2007, dalla polizia turistica.

"L'amministratrice dell'albergo, Luciana Assodarian, é stata la direttrice della sinfonia di negligenze ed è in grandissima malafede", dice l'avvocato. Si tratta di un situazione "che ha portato alla morte di Simone Renda, perché con la sua parola e il suo intervento lo ha fatto uscire dall'albergo in modo violento, portando il suo bagaglio nell'auto della polizia senza il suo consenso e tutto questo con l'accusa di tossicomania". E a parte il fatto che si tratta di un'accusa blanda, basata sul nulla, che vi sono discordanze nelle dichiarazioni sul fatto che Simone fosse nudo o seminudo, che stesse "dando scandalo", come si disse in modo generico, ben due autopsie (in Messico e in Italia) hanno escluso la presenza di sostanze psicotrope nel sangue. Esiste quindi un procedimento civile a carico dell'albergo. Anche perché secondo l'avvocato, se la direzione di un albergo che trova un suo cliente in condizioni tali per le quali richiedere un medico (quella mattina Simone Renda, che sarebbe dovuto rientrare in Italia, fu trovato in stato confusionale, dovuto probabilmente al principio di infarto "scambiato", più o meno consapevolmente, per un'alterazione psichica) si comporta in quella maniera, sarebbe solo per nascondere la vista di una persona in difficoltà, qualunque sia il motivo, agli altri ospiti, avvertendo molto più semplicemente la polizia e facendolo portare via. Giusto per togliersi un peso di dosso.


Ma il vero timore è che la maggior parte degli imputati nella causa di omicidio colposo possano farla franca. Troppe coperture, tutti a piede libero e l'unica più esposta sarebbe Hermila Valero Gonzalez, il "giudice qualificatore", colei che avrebbe dovuto firmare l'atto di scarcerazione. Anche la rogatoria internazionale non avrebbe avuto un buon esito. "La dirigente della squadra mobile di Lecce Emma Ivagnes ed il procuratore di Lecce Mariangela Rotondano - spiega -, sono state avvisate da parte mia di quello che avrebbero potuto trovare in Messico dopo un paio di lunghe telefonate e l'invio di documenti per far vedere l'atmosfera politica e giuridica. E hanno trovato non solo chiara resistenza, ma anche una certa percentuale di mancanza di rispetto professionale nei loro confronti da parte delle autorità della Procura di Quintana Roo". Ma tanti altri particolari saranno probabilmente resi noti nel corso di una conferenza stampa della Procura di Lecce che si terrà nei prossimi giorni. E intanto sul caso Renda, uno scandalo giudiziario di dimensioni internazionali, solo la tenacia della stampa locale.

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