Un modello e non solo un ricordo: centro sportivo per il capo della scorta di Falcone

Intitolata al calimerese Antonio Montinaro la struttura polivalente antistante lo stadio. Presenti la famiglia e il capo della polizia, Franco Gabrielli

La gigantografia di Montinaro.

LECCE – Com’era il meteo quel tardo pomeriggio del 23 maggio 1992, cosa stavamo facendo? Se abbiamo qualche ricordo di un data così remota è perché in Sicilia, all’altezza di Capaci, persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, tra cui il capo, Antonio Montinaro, originario di Calimera (Rocco Dicillo e Vito Schifani le altre due vittime). A settembre avrebbe compiuto 30 anni, lasciò la moglie e due figli.

Fu il primo attentato della lunga stagione delle stragi di mafia che si portò via anche l’altro pilastro della lotta a Cosa Nostra, Paolo Borsellino, amico fraterno di Falcone, e numerose altre vittime, tra le forze di polizia e i civili. Il primo di una serie di eventi efferati e, proprio per quello, rimasto impresso nella memoria collettiva del Paese come poche altre tappe della tormentata storia dell’Italia repubblicana. Oggi la città di Lecce ha intitolato ad Antonio Montinaro una struttura sportiva polivalente nel complesso denominato antistadio, alla presenza della famiglia del poliziotto salentino, stabilmente insediata a Palermo, e del capo della polizia, prefetto Franco Gabrielli oltre che del vescovo di Lecce, monsignor Michele Seccia e del presidente della Regione, Michele Emiliano.

Il sindaco del capoluogo, Carlo Salvemini, ha ricordato nel suo discorso che era appena rientrato a casa dalla caserma dove svolgeva il servizio di leva quando, acceso il televisore, apprese della drammatica notizia. Prese il telefono e in lacrime – le sue prime da “cittadino” – chiamò il padre Stefano, che nel giro di pochi anni sarebbe diventato sindaco, proprio come lo è lui adesso.

“Le bombe che uccisero questi uomini di Stato – ha detto il sindaco - servirono a risvegliare nella pancia del paese l'indignazione e l’orgoglio dei cittadini, che si trovarono uniti, da Nord a Sud, contro il ricatto mafioso. Lo capimmo a partire dalle tristissime esequie nelle quali, per la prima volta, l'Italia ebbe modo di conoscere la straordinaria passione civile di Tina Montinaro. È stata lei, con le sue parole, in quel buio disperato, a farci comprendere che era possibile raccogliere l’eredità di quelle vittime innocenti, indicandoci una luce da seguire”.

Salvemini ha quindi spiegato che la scelta di questo impianto risponde ad una funzione sociale precisa: “Io vorrei che i ragazzi che entreranno in questa struttura per fare sport e per condividere dei momenti di svago si sentissero in sintonia con la figura di Antonio, che era un ragazzo come loro. Mi piace molto l'idea che il nome di questo nostro illustre conterraneo verrà pronunciato per darsi appuntamento per una partita, per un allenamento, per un evento sportivo. Perché la funzione che vogliamo assegnare al Centro Polifunzionale Montinaro è proprio quella di offrire opportunità di crescita sana a tanti ragazzi. Peraltro l'impianto è posto a cavallo di quartieri che ancora possiamo definire difficili, nei quali gli spazi di socialità sono ridotti e più alto è il rischio di dispersione, di apatia. Antonio sarà con noi in questa piccola opera di inclusione ai valori della cittadinanza attraverso lo sport. A noi è sembrato un bel modo per onorare la sua memoria e proseguire i valori che lo hanno portato a servire in maniera così onorevole il proprio paese”.

Anche il figlio più piccolo di Montinaro, Giovanni (nome scelto dai genitori per l'ammirazione che avevano nei confronti del giudice Falcone), ha colto e apprezzato l’intenzione di associare la memoria e l’esempio del padre a un luogo che può servire a tenere lontano i ragazzi dalle tentazioni della strada e che ha rinnovato il forte legame tra la famiglia Montinaro e la terra natia del padre. Commosso il passaggio dedicato dal giovane a Antonio Fumarulo, il 38enne dirigente della Regione Puglia che si occupava di antimafia e di politiche migratorie, stroncato da un malore nell’aprile scorso.

Il capo della polizia ha ricordato che “chi sceglie la divisa è consapevole di correre dei rischi, che sono quasi sempre generici, con una percentuale bassa di possibilità di tramutarsi in eventi tragici. Ma Montinaro e i suoi colleghi sapevano perfettamente il rischio cui andavano incontro e che le probabilità erano molto alte” Poi ha ringraziato la città:  “Con questo gesto – ha dichiarato Gabrielli – non abbiamo soltanto un cippo o una via di un borgo sperduto, ma avete offerto un modello”. 

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