Clan Giannelli, primi interrogatori dinanzi al gip. Imprenditore respinge le accuse

Primi interrogatori di garanzia nell’ambito della maxi operazione, ribattezzata “Coltura”, condotta dai carabinieri del Ros e del comando provinciale nei confronti di un presunto sodalizio mafioso nato dalle ceneri del clan Giannelli, storico gruppo della Scu salentina. Dinanzi al gip Alcide Maritati sono comparsi sette dei ventidue arrestati

LECCE – Primi interrogatori di garanzia nell’ambito della maxi operazione, ribattezzata “Coltura” (come la Madonna di Parabita), condotta dai carabinieri del Ros e del comando provinciale nei confronti di un presunto sodalizio mafioso nato dalle ceneri del clan Giannelli, storico gruppo della Scu salentina. Dinanzi al gip Alcide Maritati sono comparsi sette dei ventidue arrestati, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, detenzione illegale di armi, corruzione e altri delitti aggravati dalle finalità mafiose.

Pasquale Aluisi, titolare dell’omonima agenzia funebre, assistito dagli avvocati Mariangela Calò ed Elvia Belmonte, ha respinto ogni accusa. In merito al presunto possesso di armi, l’imprenditore ha spiegato di non averne mai posseduta una. Una circostanza che, del resto, non ha trovato conferma nell’accurata perquisizione eseguita all’alba di ieri dai militari, ed emersa solo in alcune intercettazioni telefoniche. Aluisi ha spiegato di non aver mai versato somme di denaro nelle casse del sodalizio, così come di non aver mai ceduto alcun credito a Marco Antonio Giannelli, cui è semplicemente legato da una vecchia amicizia nata dopo alcuni rapporti di lavoro. Discorso analogo per le presunte intimidazioni, l’arrestato ha precisato di non aver mai conosciuto la vittima dell’attentato incendiario e di aver chiarito da tempo ogni dissidio con i parenti di quest’ultimo.

Fernando Cataldi, 25enne di Casarano, e Cosimo Paglialonga, 61enne di Collepasso, (ritenuto, secondo l’ipotesi accusatoria, il referente del clan per la zona di Collepasso) hanno risposto alle domande del gip, respingendo le accuse contestate. Cristiano Cera, 24enne di Galatina assistito dall’avvocato Francesco Fasano, ha rilasciato delle dichiarazioni spontanee. Antonio Fattizzo, 38enne di Casarano; Giovanni Picciolo, 34enne di Maglie; e Matteo Toma, 37enne di Casarano assistito dall’avvocato Walter Zappatore, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

Al centro delle indagini dei carabinieri del Ros il clan “Giannelli”, storico sodalizio mafioso della Sacra corona unita legato indissolubilmente al boss ergastolano Luigi Giannelli (non coinvolto nell’operazione odierna). Nella lunga e peculiare attività d’indagine il Ros ha documentato il presunto processo di riorganizzazione interna del clan e la reggenza assunta dal figlio del boss, Marco Antonio Giannnelli., assolto nei mesi scorsi. Dopo quell’assoluzione (per cui il procuratore aggiunto Antonio De Donno ha presentato appello) gli inquirenti hanno dato via a una nuova indagine che si è avvalsa anche delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Massimo Donadei (arrestati anche due suoi parenti), 35enne di Parabita. L’attività investigativa, basata anche su intercettazioni telefoniche e ambientali, appostamenti e riscontri di natura tecnica e patrimoniale, ha permesso di documentare la scalata di Marco Antonio Giannelli ai vertici del clan. Già negli anni scorsi il procuratore Cataldo Motta aveva indicato il 31enne come uno dei nomi emergenti della "seconda generazione" della Scu.

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In particolare, le indagini hanno accertato il dinamismo del sodalizio nel traffico di sostanze stupefacenti e nelle attività estorsive ai danni di imprenditori locali, nonché’ la capacità di instaurare rapporti collusivi con pubblici amministratori e di condizionarne l’attività in cambio del sostegno elettorale. In manette è finito anche il vicesindaco di Parabita, Giuseppe Provenzano, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver fornito significativi contributi (soprattutto economici) al sodalizio e assicurato il proprio interessamento al fine di garantirsi il supporto del clan nelle elezioni amministrative del maggio 2015. Un “santo in paradiso”, come lo stesso Provenzano amava definirsi in alcune intercettazioni, capace dia assicurare (secondo la Procura) assunzioni e interessi in appalti.

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