Domenica, 21 Luglio 2024
Cronaca

Tracce di sangue e un coltello nella testa di agnello tagliata in due: nuove minacce alla giudice sotto scorta

La scoperta all’alba di ieri, nei pressi dell’abitazione della gip del Tribunale di Lecce Maria Francesca Mariano: sottoposta a un programma di protezione dalla fine di settembre, a novembre è stata oggetto di nuove, gravi intimidazioni. Si indaga nell'ambito dei clan della Sacra corona unita: al vaglio legami tra clan sanvitesi e foggiani

LECCE – Un coltello accanto alla testa tagliata in due di un agnello. Nuove, inquietanti intimidazioni nei confronti della giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Maria Francesca Mariano, dalla fine di settembre finita sotto scorta perchè destintaria di gravi minacce di morte. Il programma di protezione alla quale è sottoposta prevede una vigilanza saltuaria, da parte dei militari della guardia di finanza e non un presidio fisso.
Intimidazioni in perfetto stile mafioso alle quali si sono poi aggiunte le altre, nel mese di novembre, indirizzate alla magistrata in una lettera firmata col sangue. In quella missiva, composta da due fogli, riferimenti a riti satanici e al desiderio di saperla morta. Parole che tiravano in ballo anche la sostituta procuratrice della Direzione distrettuale antimafia Carmen Ruggiero, a sua volta sotto scorta. Il terzo episodio all’alba di ieri, venerdì, quando ignoti hanno piazzato la testa recisa di un piccolo ovino a un incrocio, poco distante dall’ingresso dell’abitazione della giudice Mariano, nel pieno centro abitato del capoluogo salentino. Accanto al capo tagliato in due dell’animale, anche una lama e tracce di sangue, con un messaggio scritto ritenuto criptico e che gli inquirenti cercheranno ora di decifrare.
È stata la stessa giudice, davanti alla macabra scoperta, a chiedere l’intervento della Polizia di Stato. Sul posto sono giunti gli agenti della squadra mobile e i colleghi della Scientifica. Una volta repertati e posti sotto sequestro tutti gli elementi utili alle indagini, i poliziotti hanno mappato i sistemi di videosorveglianza di una vasta area attorno all’abitazione della giudice, per tentare di ricostruire il tragitto seguito dagli autori di questa terza intimidazione.
Intimidazioni che, nelle scorse settimane, si è ipotizzato potessero essere scaturite nell’ambito dell’inchiesta antimafia denominata “The Wolf” della Dda di Lecce che, nel mese di luglio, aveva portato a un’ordinanza di custodia cautelare a carico di 22 persone a firma della gip Mariano. Un duro colpo inferto alla Sacra corona unita, in particolare al clan sanvitese dei “Lamendola-Cantanna”, i cui vertici hanno però preso le distanze dalle precedenti minacce alla giudice Mariano. Gianluca Lamendola e suo padre Cosimo avevano infatti dichiarato, tramite uno dei legali: "Abbiamo rispetto per i ruoli altrui".

La scia di episodi dopo il blitz estivo

La scia di episodi inquietanti successivi al blitz è lunga: durante un interrogatorio, un indagato aveva con sé un coltello “artigianale”, ricavato dalle ceramiche dei sanitari del bagno. L'uomo, di fronte alla sostituta procuratrice Ruggiero, appariva nervoso. I carabinieri presenti alla fine lo hanno fatto capitolare, scoprendo l'arma ricavata all'ultimo minuto, che l'indagato aveva nascosto tra i vestiti. Tornando all'episodio più recente, un'ipotesi plausibile è che una delle persone coinvolte nell'inchiesta anti-Scu abbia pensato di intimidire inquirenti e giudice. Anche da recluso in carcere, costui potrebbe aver approfittato di qualche “fedelissimo” a piede libero per recapitare messaggi e minacce.
In questi giorni c'è un'altra notizia che potrebbe influire sul futuro del presunto clan: la scelta di collaborare con la giustizia presa dai fratelli Ciro e Giuseppe Francavilla, ritenuti esponenti della mafia foggiana. Dalle carte dell'inchiesta che ha condotto al blitz dei carabinieri contro la Scu, emergono legami tra esponenti di spicco del clan “Lamendola-Cantanna” e personaggi ritenuti appartenenti al sodalizio inquadrato nella “società foggiana”. Il presunto boss del clan brindisino, Gianluca Lamendola, in effetti risultava detenuto (dal luglio 2019 al dicembre dello stesso anno) nel carcere di Foggia. La speranza degli investigatori è che qualche esponente dei “Lamendola-Cantanna” possa compiere un passo in tal senso, scegliendo di collaborare con la giustizia.

L'operazione "The Wolf"

Dopotutto, il presunto clan sgominato dai carabinieri si sarebbe ritagliato un ruolo importante nel panorama della criminalità organizzata brindisina. Nei capi di imputazione contestati ai 38 indagati si spazia da reati in materia di droga ai tentati omicidi, passando anche per la violenza privata. In alcuni episodi ricostruiti dai carabinieri, gli appartenenti al clan "marchiavano" gli avversari incidendo la spalla. L’operazione è stata denominata “The wolf” perché spesso nei dialoghi intercettati dai carabinieri si faceva riferimento a un “Lupo” al quale si doveva fare attenzione. E Lupo era il nome di battaglia del tenente Alberto Bruno, fino a pochi mesi fa al comando del Nor della compagnia di San Vito dei Normanni (diretta dal capitano Vito Sacchi), all’epoca in cui militava nel Ros. La pm Ruggiero ha recentemente chiesto il rinvio a giudizio nei confronti di 38 persone coinvolte in “The Wolf”. La relativa udienza preliminare sarà celebrata il 6 marzo, presso l’aula bunker della casa circondariale di Lecce, a Borgo San Nicola.

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