Cronaca

"Coltura", diciotto condanne nel processo sul clan Giannelli

La pena più alta per Marco Antonio Giannnelli: vent'anni. Due le assoluzioni. Alla base, anche presunti intrecci con la politica. Il blitz fra Parabita e dintorni fu dei carabinieri del Ros

Al centro, il procuratore aggiunto Antonio De Donno.

LECCE – Sono diciotto le condanne inflitte dal gup Michele Toriello nel giudizio abbreviato scaturito dalla maxi operazione ribattezzata “Coltura”, come la Madonna di Parabita, condotta dai carabinieri. Furono ventidue gli arresti eseguiti (venti in carcere) nei confronti altrettanti indagati per associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, detenzione illegale di armi, corruzione e altri delitti aggravati dalle finalità mafiose. Al centro delle indagini dei carabinieri del Ros il clan “Giannelli”, storico sodalizio mafioso della Sacra corona unita legato indissolubilmente al boss ergastolano Luigi Giannelli (non coinvolto nell’operazione odierna).

Vent’anni, in particolare, la pena per Marco Antonio Giannelli, 31 anni; 8 anni per Pasquale Aluisi, 53 anni, di Parabita; 14 anni per Vincenzo Costa, 52, di Matino; 7 anni per Fernando Cataldi, 26 anni, di Collepasso; 10 anni per Cristiano Cera, 25, di Ugento; 8 anni per Claudio Donadei, 43, di Parabita; 8 anni e quattro mesi per Leonardo Donadei, 50, di Parabita; 7 anni per Antonio Fattizzo, 38, di Parabita; 7 anni e quattro mesi per Antonio Luigi Fattizzo, 20, di Parabita; 1 anno per Adriano Giannelli, 40, di Parabita; 16 anni per l'albanese Besar Kurtalija, 29 anni, di Parabita; 8 anni per Donato Mercuri, 52, di Parabita; 12 per Fernando Mercuri, 53, di Parabita (per lui abbreviato condizionato); 14 anni per Orazio Mercuri, 46, di Parabita; 8 anni per Cosimo Paglialonga, 61, di Collepasso; 12 anni per Giovanni Picciolo, 34, di Collepasso; 11 anni e otto mesi per Matteo Toma, 37, di Parabita; 12 anni e due mesi per Mauro Ungaro, 33, di Taurisano; 1 anno e quattro mesi per Lorenzo Mazzotta (con pena sospesa e non menzione). Assoluzione, invece per Alessandro Prete, 35, di Casarano; e Marco Seclì, 31, di Parabita.

Nel collegio difensivo gli avvocati Luca Laterza, David Alemanno, Mariangela Calò, Marico Coppola, Vincenzo Blandolino, Elvia Belmonte, Biagio Palamà, Gabriella Mastrolia, Francesco Fasano e Pietro Ripa.

Sarà discussa a dibattimento, invece, la posizione dell’ex vicesindaco di Parabita, Giuseppe Provenzano, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver fornito significativi contributi (soprattutto economici) al sodalizio e assicurato il proprio interessamento al fine di garantirsi il supporto del clan nelle elezioni amministrative del maggio 2015. Un “santo in paradiso”, come lo stesso Provenzano si sarebbe definito in alcune intercettazioni, capace dia assicurare (secondo la Procura) assunzioni e interessi in appalti. L’imputato è assistito dall’avvocato Luigi Corvaglia. Ha già patteggiato una condanna a due mesi e venti giorni per Saimir Sejdini, 25enne residente a Taviano, assistito dall’avvocato Stefano Stefanelli.

Nella lunga e peculiare attività d’indagine il Ros, sdotto il coordinamento del procuratore aggiunto Antonio De Donno, ha documentato il presunto processo di riorganizzazione interna del clan e la reggenza assunta dal figlio del boss, Marco Antonio Giannnelli, 31 anni, assistito dall’avvocato Luca Laterza. L’indagine si è avvalsa anche delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Massimo Donadei (arrestati anche due suoi parenti), 35enne di Parabita. L’attività investigativa, basata anche su intercettazioni telefoniche e ambientali, appostamenti e riscontri di natura tecnica e patrimoniale, ha permesso di documentare la scalata di Marco Antonio Giannelli ai vertici del clan. Già negli anni scorsi il procuratore Cataldo Motta aveva indicato il 31enne come uno dei nomi emergenti della "seconda generazione" della Scu.

In particolare, le indagini hanno accertato il dinamismo del sodalizio nel traffico di sostanze stupefacenti e nelle attività estorsive ai danni di imprenditori locali, nonché’ la capacità di instaurare rapporti collusivi con pubblici amministratori e di condizionarne l’attività in cambio del sostegno elettorale. Il clan, operante principalmente nelle zone di Parabita, Matino (qui il referente era Vincenzo Costa) e Collepasso (zona di competenza di Cosimo Paglialonga), cercava di penetrare nel tessuto economico del territorio, attraverso il coinvolgimento o l’intimidazione degli imprenditori. Tra gli imputati anche Pasquale Aluisi (assistito agli avvocati Mariangela Calò ed Elvia Belmonte), titolare dell’omonima agenzia funebre, che avrebbe garantito un versamento periodico di somme di denaro nelle casse del sodalizio e la cessione di crediti.

Il tutto per garantirsi un regime di sostanziale monopolio nel settore di interesse, facendo ricorso al clan per allontanare le imprese concorrenti attraverso le intimidazioni. Il sistema intimidatorio, tipico delle associazioni mafiose, è stato documentato dai carabinieri. Un sistema a 360 gradi, utilizzato anche contro i familiari del collaboratore di giustizia Massimo Donadei e don Angelo Corvo parroco della chiesa San Giovanni Battista di Parabita, colpevole di aver rilasciato alcune interviste nelle quali aveva espresso il desiderio che fossero assicurati alla giustizia gli autori del duplice omicidio di Paola Rizzello e Angelica Pirtoli.

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