In fiamme l'auto del comandante: due anni e quattro mesi per il presunto autore

Condanna inferiore alla richiesta dell'accusa. Un 36enne era accusato di aver incendiato la vettura di un luogotenente dell'Arma, a Vernole

Un particolare dell'auto incendiata.

LECCE – Due anni e quattro mesi è la condanna per tentato incendio inflitta dal gup Simona Panzera nel giudizio abbreviato per Antonio Cucurachi, 36enne originario di Caprarica di Lecce ma residente a Vernole (assistito dall’avvocato Silvio Verri), accusato di aver incendiato l’auto del comandante della stazione dei carabinieri di Vernole, il luogotenente Carmine Schirinzi.

L’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Roberta Licci, aveva chiesto una condanna a 3 anni e mezzo. Nella sua arringa difensiva l’avvocato Verri aveva evidenziato come nei fotogrammi ripresi da una videocamera di videosorveglianza l’attentatore indossi un giubbotto diverso da quello che i carabinieri hanno sequestrato al suo assistito, perché privo di cappuccio. Circostanza vagliata oggi dal giudice, che ha appurato come il cappuccio fosse staccabile.

Cucurachi fu arrestato nell’aprile del 2014, ma il Tribunale del riesame aveva poi annullato l’ordinanza di custodia cautelare (degli arresti domiciliari) nei suoi confronti, accogliendo l’istanza del legale del 36enne. La prima sezione della Corte di Cassazione aveva poi respinto l’articolato ricorso con cui la Procura della Repubblica di Lecce aveva impugnato il provvedimento, ritenendo logica e congruente al decisione del Riesame.

Su Cucurachi, sin dalle prime battute, si erano concentrati i sospetti degli inquirenti (coordinati dal sostituto procuratore Roberta Licci) quale autore dell’incendio che la notte tra il 26 e il 27 febbraio scorso, poco prima dell’una, aveva distrutto l’autovettura privata del comandante, una Skoda “Octavia”. L’auto era stata cosparsa di liquido infiammabile ed era poi stato appiccato il fuoco. Il militare dipendente dalla compagnia di Lecce l'aveva parcheggiata nei pressi di un'abitazione non lontana dalla sua, in via Enrico Toti. Le fiamme avevano anche annerito parte della facciata della palazzina di un cittadino.

Secondo gli inquirenti nel mettere a segno l'attentato, Cucurachi, di mestiere barista, avrebbe commesso molte leggerezze che gli erano valse l'arresto. Il 36enne non si sarebbe accorto che una telecamera di sorveglianza stava registrando i suoi movimenti: dall’ingresso in via Enrico Toti, con un contenitore in mano, fino alla fuga, poco dopo, mentre il bagliore delle fiamme testimonia il divampare dell’incendio. Dalla visione di quelle immagini i carabinieri hanno riconosciuto Cucurachi, perché già noto alle forze dell’ordine: nell’agosto del 2013 avrebbe tentato di dar fuoco all’abitazione di un uomo per ragioni passionali. Un'ipotesi che, come evidenziato dal legale di Cucurachi, non ha avuto sviluppi investigativi. Quando, nella stessa notte del 27 febbraio, i carabinieri avevano bussato alla sua porta, il 36enne era intento a giocare alla Playstation con tre amici, tutti del posto, di cui uno minorenne. I tre erano stati denunciati a piede libero per favoreggiamento personale.

Il gruppo avrebbe concordato un alibi, che sarebbe crollato durante gli interrogatori singoli: se in un primo momento era stato unanimemente dichiarato dai quattro di aver trascorso le ore precedenti al rogo in un locale, poco distante, e poi in un altro, nella frazione di Pisignano, in seconda battuta i militari avrebbero rilevato ampie discordanze su orari, mezzi usati per lo spostamento, e persino sugli abiti indossati. Anzi, proprio gli indumenti hanno contribuito a incastrare Cucurachi: durante le ricerche nella sua abitazione, infatti, i militari notarono un paio di jeans e un giubbotto bianco appena lavati e distesi per asciugare, del tutto simili a quelli visti nei frammenti del video. Un fatto insolito, quello di fare il bucato a quell’ora in pieno inverno.

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Altre immagini, acquisite poco dopo dai militari, avrebbero dimostrato che il 36enne aveva acquistato della benzina, versata in una tanica, giusto dieci minuti prima dell’incendio. Subito dopo la sosta presso l’impianto di carburanti, l’uomo sarebbe transitato dall’abitazione del luogotenente con la propria vettura, come se stesse effettuando un sopralluogo. E al bar di Pisignano, l’autore del rogo si era effettivamente recato, ma solo dopo aver scatenato l’incendio: lì, ad attenderlo, ci sarebbero stati i suoi amici. I riscontri oggettivi delle immagini e tutte le conclusioni investigative avevano spinto il pubblico ministero Roberta Licci a richiedere l’arresto e poi la condanna.

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