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Domenica, 26 Maggio 2024
Cronaca Carmiano

Confuso con il fratello, trascorse 549 giorni agli arresti. Ora sarà risarcito con 80mila euro

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze dovrà riparare al clamoroso errore giudiziario commesso nei riguardi di Ivan Petrelli di Carmiano nell’ambito dell’inchiesta denominata “I soliti sospetti”

CARMIANO - Si avvalse della facoltà di non rispondere dopo il suo arresto e per questo la Procura generale si oppose all’istanza di riparare a quello che risultò essere a tutti gli effetti un clamoroso scambio di persona. Ora però a quell’errore giudiziario è stato stabilito un prezzo: 80mila e 400 euro. Questa è la somma che, su disposizione della Corte d’Appello di Lecce, il Ministero dell’Economia e delle Finanze dovrà liquidare a Ivan Petrelli, 46 anni, di Carmiano, per l’ingiusta detenzione patita, dal 16 ottobre del 2018 e terminata l’8 gennaio del 2020, per sequestro di persona a scopo di estorsione e lesioni nell’ambito dell’inchiesta denominata “I soliti sospetti”, dal nome del celebre film (qui, tutti i dettagli).

In particolare, trascorse 233 giorni in carcere e altri 216 ai domiciliari, fino a quando il Tribunale del Riesame diede ragione ai difensori, gli avvocati Paolo Spalluto e Arturo Balzani, che fino a quel momento si erano visti negare ogni richiesta di revoca della misura, e gli restituì la libertà per assenza di gravi indizi di colpevolezza.

A cambiare completamente il destino di quest’uomo però fu la Corte d’Assise d’appello di Lecce, quando il 7 dicembre del 2020, ribaltò il verdetto di condanna a 11 anni di reclusione rimediati in primo grado, e lo assolse per “non aver commesso il fatto”. Insomma, Petrelli non fece parte del gruppo che la sera del 10 settembre del 2018 punì i due uomini ritenuti responsabili di un furto, pretendendo con violenza 8mila euro come corrispettivo della refurtiva.

Ma pagò a caro prezzo l’incredibile somiglianza con il fratello - il quale, tuttavia, in una lettera ai pm ammise la proprie responsabilità nella vicenda, escludendo quella del familiare - e la decisione iniziale di non collaborare, salvo poi rilasciare dichiarazioni spontanee a dibattimento.

Fu tirato in causa solo in base al riconoscimento fotografico da parte della vittima, ma le testimonianze acquisite già nel processo di primo grado, come raccontato in un precedente articolo, dimostrarono la sua estraneità ai fatti contestati.

La difesa: “Spetta al pm dimostrare la colpevolezza”

La direttiva (Ue) de Parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo del 2016 finalizzata a rafforzare la presunzione di innocenza  è stata recepita in Italia con l’entrata in vigore del decreto legislativo numero 138 del 2021. L’obiettivo è di riconoscere a indagati e imputati il diritto di restate in silenzio in merito al reato che viene loro contestato. In tale ottica, dunque, non può il silenzio essere ostativo al riconoscimento dell’indennizzo per ingiusta detenzione ed è su questo che verteva la tesi difensiva.

 “Si è aperta una breccia importante nella giurisprudenza del nostro distretto, e ne siamo felici come difensori, che il silenzio all'interrogatorio è un diritto, non una colpa. Attesta anche, come sostenuto dalla difesa, che il mendacio e le frequentazioni ambigue non sono ostative al riconoscimento dell’ingiusta detenzione, come chiedeva il Procuratore Generale che ha invocato il rigetto della istanza risarcitoria”, ha dichiarato l’avvocato Spalluto.

“La carcerazione di Ivan Petrelli è stata determinata da indagini errate o valutate frettolosamente e  a nulla rilevano le dichiarazioni successive (anche se mendaci, l’imputato ha diritto a dire bugie) in sede di esame innanzi alla Corte di Assise. La decisione supera il frutto avvelenato di questa convinzione ritenuta a torto immodificabile: non è l’imputato a dover dimostrare la propria innocenza ma il pm a provare la colpevolezza. Così immodificabile da assumere tratti singolari  laddove si applichi a soggetti privati della propria libertà ingiustamente”, ha concluso il legale.

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