Coniugi massacrati in casa, ergastolo confermato per Tarantino

Anche per la Corte d'Assise d'appello fu il 52enne di Manduria l'artefice dell'efferato delitto compiuto a Porto Cesareo la notte tra il 23 e il 24 giugno di due anni fa

Il giorno dell'omicidio.

LECCE - Confermato in appello l'ergastolo per Vincenzo Tarantino, il 52enne originario di Manduria accusato di aver assassinato i coniugi Luigi Ferrari, di 54 anni, e Antonella Parente, di 55,  nella loro abitazione a Porto Cesareo, la notte tra il 23 e il 24 giugno di due anni fa.

La sentenza emessa nelle scorse ore dalla Corte presieduta dal giudice Vincenzo Scardia (a latere Antonio Del Coco e i giudici popolati) ha modificato di una virgola il verdetto emesso dal gup Michele Toriello lo scorso dicembre nel processo con rito abbreviato che aveva inoltre una prima liquidazione del danno per 100mila euro ai parenti delle vittime (parti civili con gli avvocati Giuseppe, Michele e Giulia Bonsegna, Vincenza Raganato, Gianluca Coluccia e Fiorino Ruggio).

Sulla colpevolezza di Tarantini non ha mai avuto dubbi il pubblico ministero Giuseppe Capoccia che coordinò l'inchiesta e che prima di chiedere l'ergastolo raccontò in aula: “Questa volta, finché vivo, non avrò dubbi sul colore di questo processo. Sul colore di quella casa, sul colore dei pavimenti, sul colore di quelle povere vittime. Rosso, rosso, rosso sangue. Tutto rosso sangue. Non era, come talvolta si dice, un lago di sangue. No. Era tutto sangue. I corpi, il pavimento, i muri, le lenzuola, il disimpegno, le porte. Tutto”.

TARANTINO Vincenzo_1-8Insomma, le indagini svolte dai carabinieri del Nucleo investigativo e della Compagnia di Campi Salentina e i processi che ne sono scaturiti sono arrivati alle stesse conclusioni: Tarantino si introdusse in quell'abitazione di via Vespucci per rubare e scoperto dai coniugi li massacrò con un piede di porco. A nulla valsero i proclami d'innocenza dell'imputato che attraverso il suo difensore, l'avvocato Giada Trevisi, aveva cercato di dimostrare che era incapace di intendere e di volere per abuso di cocaina. Tesi avvalorata dai consulenti di parte (lo psichiatra Pompilio Palmariggi e la psicologa Emanuela Settimo), ma smentita dall'esperto nominato dal Tribunale, lo psichiatra Domenico Suma, secondo il quale Tarantino non solo era ed è lucido, ma tentò persino di amplificare le sue problematiche durante gli esami.

Qualche giorno prima dell'inizio del processo di primo grado, il 52enne provò a convincere il pm Capoccia di non avere colpa se non quella di aver nascosto la refurtiva ritrovata dai carabinieri nelle campagne tra Nardò e Avetrana per fare un favore a un amico. Stiamo parlando proprio di quell'uomo che, ascoltato dagli inquirenti come persona informata sui fatti, riferì di vecchi rancori tra Tarantino e i coniugi Ferrari (che erano zii della sua ex compagna), e dell'intenzione, sempre di Tarantino, di mettere a segno un furto. Ma queste dichiarazioni, a detta del magistrato, non fecero che peggiorare la sua posizione. 

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