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Mercoledì, 25 Maggio 2022
Cronaca

Coppia di imprenditori aggredita con un bastone sotto casa, tre assoluzioni

Ribaltata in appello la sentenza di condanna nei riguardi degli uomini ritenuti responsabili del brutale pestaggio avvenuto il 18 febbraio 2011 ai danni di Fabio Margilio e della moglie

LECCE - Restano senza identità i responsabili del brutale pestaggio dell’imprenditore leccese Fabio Margilio, di 53 anni, e di sua moglie Alessandra Ruggeri, di 42, avvenuto il 18 febbraio 2011 sotto la loro abitazione a Lecce. Dopo undici anni dai fatti, oggi la Corte d’appello, presieduta dal giudice Vincenzo Scardia, ha depennato la sentenza di condanna emessa in primo grado nei riguardi degli imputati, assolvendoli "per non aver commesso il fatto".

Le pene erano di: due anni e quattro mesi di reclusione nei riguardi dell'ex socio (nella gestione dell’Ideass, proprietaria di case di cura) della coppia Antonio Greco, 54 anni, di Caprarica, di suo cognato Vincenzo Franco, 54, di Caprarica, e di un dipendente di quest'ultimo Giuseppe Antonio Calogiuri, 57, di Galugnano.

Ai tre uomini, nel processo discusso col rito abbreviato, il 17 marzo del 2016, dinanzi al giudice Carlo Cazzella, era stato imposto anche il risarcimento del danno in separata sede, con una prima liquidazione di 10mila euro a Margilio e di 5mila alla coniuge (parti civili al processo con gli avvocati Giuseppe Bonsegna e Amilcare Tana).

Secondo l’accusa, l'ex socio e il cognato sarebbero stati la “mente” della spedizione punitiva contro i coniugi, “colpevoli” di aver ostacolato il progetto del primo di realizzare una società concorrente, la Isapa srl. Questo, per il pm Paola Guglielmi, titolare dell’inchiesta, il movente che Greco cercò invece di smontare, sin dall’interrogatorio di garanzia sostenuto dopo l’arresto, spiegando che la nuova attività apparteneva ai suoi familiari, e avendo sede a Manduria, non avrebbe comunque interferito con quella della coppia, presente a Lecce, Squinzano e Mesagne.

In tutti questi anni la difesa, rappresentata dagli avvocati Luigi Rella, Silvio Verri, Luigi Covella e Gianni Gemma, si è battuta duramente, sostenendo che non ci fosse alcuna prova della colpevolezza degli imputati che, durante le indagini, per dimostrare la loro innocenza, si sottoposero spontaneamente al test del dna sulla mascherina indossata da uno dei malviventi e ritrovata dagli investigatori sul luogo del pestaggio.

L'esito del test fu negativo per tutti. E fu proprio il dna, la questione sulla quale si diedero filo da torcere accusa e difesa nel primo “processo”. In particolare, sulla traccia individuata nell'area naso/bocca (della mascherina): secondo il perito nominato dal gup Cazzella, Vincenzo Agostini, era frammentata e non era possibile stabilire con certezza se la sua natura fosse salivare; per il consulente della difesa, il generale Luciano Garofano, già comandante del Ris (Reparto Investigazioni Scientifiche) di Parma, era sovrapponibile a quella trovata in prossimità della bocca che non era né della vittima né degli imputati, e quindi apparterrebbe ad un aggressore mai individuato. Per la Procura, invece, le tracce erano frutto di contaminazione naturale.

Le motivazioni della sentenza che ha sancito l'innocenza dei tre uomini saranno depositate entro novanta giorni.

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