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Sabato, 25 Giugno 2022
Cronaca

Coppia massacrata in casa: condanna all’ergastolo per il giovane assassino

Per i giudici della Corte d’Assise, Antonio De Marco era lucido la sera del 21 settembre 2020, quando piombò nell’abitazione di via Montello, nel capoluogo salentino, colpendo per 79 volte con un coltello Eleonora Manta, 30enne di Seclì, e Daniele De Santis, 33enne leccese

LECCE - Era il primo giorno di convivenza. Erano passate da poco le 20.30 e i piatti erano a tavola per la cena, quando un intruso, col volto coperto, si materializzò all’improvviso dinanzi ai loro occhi e, nel giro di pochi minuti, quell’abitazione in via Montello a Lecce da nido d’amore si trasformò nel set di un film dell’orrore. Ma non fu finzione. Furono reali le settantanove coltellate inferte contro i corpi di Eleonora Manta, 30enne di Seclì, impiegata all’Inps di Brindisi, e Daniele De Santis, arbitro 33enne leccese, con un grosso coltello da caccia. A impugnarlo fu il ragazzo che aveva vissuto come affittuario nella stessa casa: Antonio Giovanni De Marco, 23enne di Casarano (nella foto in pagina).

Per lui, finito in carcere una settimana dopo il massacro, oggi è arrivata la sentenza: ergastolo.

Si è pronunciata così la Corte d’Assise di Lecce, composta dal presidente Pietro Baffa, dalla collega Maria Francesca Mariano e dai giudici popolari, in linea alla richiesta formulata dalla pubblico ministero Maria Consolata Moschettini che coordinò le indagini.antonio-de-marco-7-2-2

Il pesante verdetto è risuonato forte nell’aula bunker del penitenziario di “Borgo San Nicola”, tra le lacrime e la commozione dei familiari e degli amici delle vittime. Ma nessuna condanna potrà alleviare il dolore di chi li amava. “Ci sembra di vivere un incubo ma purtroppo non ci svegliamo mai, è un martellamento continuo nel cervello e c’è da impazzire”, riferì durante la sua deposizione una delle sorelle di Daniele.

Le motivazioni della decisione saranno note nei prossimi sessanta giorni, ma di certo per i giudici De Marco era capace di intendere e di volere la sera del 21 settembre 2020, quando con una copia abusiva della chiave, s’introdusse nell’abitazione dei fidanzati per sfogare sentimenti incontenibili di rabbia, frustrazione, invidia, odio verso chiunque fosse felice.

A pesare dunque è stata la perizia svolta, su incarico del tribunale, da Andrea Balbi, psichiatra e psicoterapeuta, professore presso La Sapienza di Roma, e da Massimo Marra, neurologo e criminologo clinico, in servizio presso l’ospedale Francesco Ferrari di Casarano, che esclusero categoricamente autismo o psicosi, sostenendo la diagnosi di “disturbo narcisistico di personalità, sottotipo Covert”.

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A conclusioni opposte erano invece giunti i consulenti della difesa, Elio Serra, Felice Francesco Carabellese e Michele Bruno, per i quali, invece, il quadro psicopatologico dell’imputato “è composito, grave e complesso, probabilmente non ancora del tutto strutturatosi, e rimanda alla dimensione psicotica, prima di tutto, e autistica, di poi, della psicopatologia”.

Per i professionisti, insomma, la consulenza svolta dai colleghi è lacunosa, al punto che i legali di De Marco, Andrea Starace e Giovanni Bellissario, avevano chiesto alla Corte una perizia ex novo. Ma la loro proposta avanzata, per ben due volte nel processo, non è mai stata accolta.

Così come sono state respinte anche le richieste sia del riconoscimento, in subordine alla non imputabilità, del vizio parziale di mente, sia quelle relative alle aggravanti (premeditazione, crudeltà e futili motivi) che hanno determinato il massimo della pena e l’impossibilità per il 23enne di accedere al rito abbreviato (negato per i delitti punibili con l’ergastolo) per ottenere lo sconto di un terzo della pena.

Questa riduzione sarebbe stata applicata, al momento della sentenza, solo in caso di mancato riconoscimento di quelle aggravanti, avendo comunque i legali avanzato istanza di giudizio alternativo sia subito dopo il decreto di giudizio immediato che in apertura del dibattimento.daniele-de-santis-eleonora-manta-2-3-2-2

E’ sullo stato di salute mentale dell’assassino che si è quindi discusso il processo, non essendoci mai stati dubbi sulla sua responsabilità (la confessione arrivò subito dopo il fermo). Per i suoi avvocati, che già hanno annunciato il ricorso in appello, “De Marco è un ragazzo che va curato. In lui non c’è pentimento, non c’è compassione. L’ergastolo per lui non avrà una funzione rieducativa, perché non è consapevole neppure del peso di una condanna simile. La soluzione ottimale sarebbe stata quella del ricovero in una residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza”.

La sentenza ha disposto anche il risarcimento del danno alle parti civili da quantificarsi e liquidarsi in separata sede: Fernando De Santis e Floreana Rita Rossi, padre e madre di Daniele (con l’avvocato Mario Fazzini);le sorelle di Daniele, Antonella e Valentina (con l’avvocatessa Renata Minafra); Quintino Manta e Rosanna Carpentieri, padre e madre di Eleonora (con gli avvocati Luca Piri e Francesco Spagnolo); lo zio Cosimo Carpentieri (con l’avvocato Stefano Miglietta); e la nonna Luce Apollonio (avvocato Fiorella D’Ettore), e il Centro internazionale diritti umani (con l’avvocato Paolo Antonio D’Amico).

Le indagini: l'individuazione del responsabile

L’assenza di segni di effrazione sulla serratura della porta d’ingresso fu il primo indizio: suggerì a investigatori e inquirenti che l’assassino possedeva le chiavi.

Così dagli scambi di messaggi tra Daniele e De Marco (memorizzato dal primo come “Ragazzo infermiere”) si riuscì a risalire al fatto che quest’ultimo aveva vissuto come affittuario nella casa di via Montello, da ottobre 2019 fino al lockdown (febbraio 2020).

Video | La lettura in aula della sentenza

Il 6 luglio 2020, De Marco contattò nuovamente Daniele per chiedergli disponibilità a riprendere la stanza. Ma il 7 agosto, la vittima lo avvisò che dal 1° settembre avrebbe dovuto trovarsi un’altra sistemazione perché doveva ristrutturare l’appartamento, avendo un progetto di convivenza con Eleonora. Alla fine, lo studente consegnò le chiavi in anticipo, verso metà, fine agosto, manifestando l’interesse di voler trovare una casa più vicina all’ospedale.

Preziosa alle indagini fu inoltre la foto del profilo whatsapp dell'ex inquilino (cancellata dallo stesso il 27 settembre, il giorno prima del fermo) molto simile a quella dell’individuo ripreso dalle telecamere nei pressi del luogo del delitto. Non solo. La conferma della responsabilità di De Marco si ebbe dalla consulenza grafologica sui foglietti manoscritti trovati nel piazzale antistante l’abitazione persi nella fuga - che riportavano una sorta di promemoria sulle fasi dell’omicidio – e il suo documento d’identità e di guida.

L'attesa in aula e poi la sentenza

La successiva attività di pedinamento e di intercettazione, consentì poi di acquisire ulteriori elementi, come le tracce biologiche, lasciate dal sospettato in seguito a un rapporto sessuale avuto con una prostituta.

Tutti gli accertamenti svolti sugli oggetti rinvenuti sul posto (come la mascherina, il passamontagna, ossia una calzamaglia sulla quale erano stati disegnati occhi e bocca, il fodero del coltello) e confrontati con il dna dell’indagato diedero esito positivo.

La commozione all'uscita dall'aula

A raccontare molto di più sarebbero state le analisi del materiale contenuto nel pc e nello smarthphone dello studente, come la foto di Eleonora e Daniele insieme, dalla quale fu cancellato quest’ultimo, e il file denominato “Vendetta” ritenuto dal sostituta procuratrice Maria Consolata Moschettini, un documento autobiografico. “Vendetta prova un senso di appagamento nell’uccidere gli altri”, si legge.

Video | Parlano gli avvocati di parte civile

Poco prima di recarsi in via Montello, inoltre, De Marco scrisse un messaggio a un’amica per anticiparle che non si sarebbero più visti.

Per il magistrato inquirente non ci sono dubbi sul fatto che l’imputato fosse capace di intendere e volere, non solo perché a sostenerlo sono stati i consulenti incaricati dal tribunale, ma per motivi di natura logica: “E’ vero, si sentiva in credito col mondo per non essere felice e quindi avrebbe ucciso chiunque. Ma se l’intento criminoso all’inizio era vago, poi viene circoscritto, perché il 7 agosto lo stesso De Marco scrive di voler eliminare Daniele. Per lui covava odio, gli stava antipatico perché era felice e tale felicità ha scatenato il “furore narcisistico”. Non c’è stato pentimento, alcuna pietas per le vittime”.

Per tutte queste ragioni la pm, al termine della requisitoria, aveva chiesto alla Corte il riconoscimento delle aggravanti della premeditazione e della crudeltà, invocando il massimo della pena. E la sua richiesta oggi è stata accolta.

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