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Mercoledì, 29 Giugno 2022
Cronaca

Coppia massacrata, la difesa: “Uccide per l’idea delirante di avere in cambio una ragazza”

Oggi, i legali di Antonio De Marco hanno rinnovato invano la richiesta di una nuova perizia sulla capacità di intendere e volere. Chiesto in subordine, il riconoscimento del vizio parziale di mente, e l’annullamento delle aggravanti

LECCE - Non ci sono dubbi. A uccidere la giovane coppia di fidanzati Eleonora Manta, 30enne di Seclì, e Daniele De Santis, 33enne leccese, con 79 coltellate, il 21 settembre del 2020, nella loro abitazione in via Montello a Lecce, fu Antonio De Marco. A confermarlo fu lo stesso imputato, 22enne di Casarano, al momento del fermo, una settimana dopo il delitto.

“A destare sospetti e perplessità sono le valutazioni dei periti del tribunale che hanno accertato la capacità di intendere e volere al momento del fatto”: ha sostenuto questo dinanzi alla Corte d’Assise, l’avvocato difensore Andrea Starace che, oggi, al termine dell’arringa ha rinnovato la richiesta di eseguire una nuova perizia psichiatrica.

Ma anche stavolta il collegio, composto dal presidente Pietro Baffa, dalla collega Maria Francesca Mariano, e dai giudici popolari, ha respinto l’istanza, ritenendo non necessario un ulteriore approfondimento, sulla scorta delle ragioni già esposte dagli stessi periti e considerate esaustive, sulla scelta dell’utilizzo di alcune metodiche, piuttosto di altre, in relazione alla personalità dell’assassino.

Per il legale che ha assistito De Marco sin dal giorno dell’arresto, è insufficiente e contraddittoria la prova che l’uccisione sia stata commessa da persona imputabile, e ha chiesto, in subordine, la diminuente del vizio parziale di mente.

La sua lunga e certosina discussione è partita dalle caratteristiche dell’omicida reo confesso: era uno studente di 21 anni iscritto all’Università, alla facoltà di scienze infermieristiche, con discreti profitti; nessun evento degno di nota nell’infanzia e nell’adolescenza, se non interventi ortopedici alla schiena. La sua vita era ristretta: pochi amici; incostanza e superficialità nelle relazioni interpersonali, anche con i familiari; solitudine.

Secondo l’avvocato, l’evento che costituisce il momento della rottura psicotica è stata proprio l’iscrizione all’Università, un passaggio fondamentale del confronto con gli altri e del distacco con il mondo precedente: “Da novembre e dicembre 2019, emerge in modo chiaro che inizia una guerra con se stesso. C’è alternanza di normalità a momenti di scivolamento dell’io. E’ trascinato giù da una realtà che diventa un peso. Questi momenti che caratterizzano il suo vissuto si conoscono grazie al diario. E’ qui che in modo “plastico” riscontriamo l’esordio psicotico e la sua evoluzione. “I pensieri sulla vendetta, i mostri che sento dentro. Io non sono normale”, si legge. A gennaio 2020, scrive: “Se entro la fine dell’anno non troverò una ragazza, ucciderò qualcuno”. Il 6 marzo seguente: “Non sarò mai amato. Sento freddo sulla superficie della pelle”. Il 28 marzo: “Quando rileggo quello che scrivo, mi chiedo l’ho scritto veramente io?”. Il 7 agosto: “Ho avuto una crisi. Ho comprato degli arnesi. Sento di diventare sempre meno umano”. E infine, emblematica la frase: “Abbiamo smesso di cercare il mostro sotto il nostro letto quando abbiamo realizzato che loro sono dentro di noi”. Il 21 agosto: “ Se dio, se il destino, se il caso non vuole che Daniele o altre persone muoiano, allora mi devi fare incontrare una ragazza. Non mi fermerò mai e ucciderò altre persone. Ho deciso di intraprendere una vendetta con dio, contro la mia vita che odio tanto”.

Insomma, per il legale, dentro a De Marco, può esserci rabbia, narcisismo, invidia, come sostiene l’accusa, ma l’azione delittuosa possiede senza alcun dubbio valenza psicotica: “Uccide per un’idea delirante, un riconoscimento supremo: avere una ragazza”.

Citando il dilemma dei porcospini che si attaccano ma poi si pungono e si ritraggono, di Arthur Schopenhauer, il legale ha spiegato quello che è accaduto nel giovane studente, incapace di avere relazioni interpersonali.

La discussione della difesa di Antonio De Marco

Secondo l’analisi del difensore, sono inattendibili le conclusioni dei consulenti del tribunale. Innanzitutto per il luogo e le modalità dei colloqui. Il primo, in particolare, nel marzo 2021, si è tenuto nell’aula bunker, alla presenza di una trentina di persone: “I periti avrebbero dovuto preoccuparsi di realizzare tutte le condizioni ambientali ottimali. Ma ancor più sconcertante sarebbe stato il loro approccio perché, ancor prima di presentarsi e spiegare le finalità dell’incontro, gli avrebbero chiesto “quando hai cominciato a provare tanta rabbia in te?”, “ ma cosa ti è scattato nella testa?”.

Si proseguì in un’aula separata e le parti vi parteciparono a distanza tramite il sistema di videosorveglianza. Ma era oramai troppo tardi, perché l’imputato si era oramai chiuso in se stesso e così, il secondo incontro ad aprile, fu un fallimento.

Tra le altre “lacune” rilevate dal legale, ci sono anche quelle relative alla somministrazione dei test, nonché i mancati accertamenti sulla psicosi, sulla schizofrenia, sull’autismo, sulla cognitività.

Certo è che finora tutti gli esperti hanno concordato sulla presenza di un grave disturbo della personalità e questo basterebbe, secondo le valutazioni difensive, a incidere sulla capacità di intendere e di volere: “Secondo i periti, De Marco ha agito per rabbia narcisistica scatenata dalla ferita del suo se dannoso e quindi allora una relazione col delitto c’è”.

Per la difesa, inoltre, sarebbero insussistenti le aggravanti della premeditazione e della crudeltà: “Stando a quanto riferito dal medico legale Roberto Vaglio, la distribuzione delle ferite fu casuale, in sequenza rapidissima e non controllata, tale da configurare il dolo d’impeto. De Marco ha agito con rabbia ed emotività, col rischio che potesse essere sopraffatto da Daniele”.

E ancora: “L’organizzazione del delitto fu solo apparente. Si trattò di una fantasiosa pianificazione. Agì all’ora di cena (erano le 20.45) e in un condominio. Oltretutto, c’è incompatibilità tra il vizio parziale di mente e la premeditazione”.

Sulle aggravanti, ha argomentato anche l’avvocato difensore Giovanni Bellisario, riportandosi alle parole del consulente Felice Francesco Carabellese, il medico che svolse la relazione di parte con i colleghi Elio Serra e Michele Bruno e firmatario di una successiva memoria in cui viene smontata punto per punto l’analisi svolta dai consulenti del tribunale sul narcisismo: “La programmazione non è in contrasto con disturbi psicotici”.

Anche secondo l’avvocato Bellisario, l’approccio peritale è stato sbrigativo e non fa l’interesse di tutte le parti del processo: “L’insistenza dei difensori non è finalizzata all’assoluzione dell’assassino ma a che sia valutato ogni elemento di questa vicenda, non solo quelli semplicistici (è un assassino e va condannato), ma riflettere, approfondire perché quello che è accaduto, potrà riaccadere. Da questa aula, dunque potrebbero uscire degli elementi utili a valutare meglio storie analoghe. La nostra insistenza scaturisce dal fatto che la prima regola scientifica è l’avvicinamento del soggetto da sottoporre a perizia.

Per i due legali, “De Marco è un ragazzo che va curato. In lui non c’è pentimento, non c’è compassione. L’ergastolo per lui non avrebbe una funzione rieducativa, perché non è consapevole neppure del peso di una condanna simile. La soluzione ottimale sarebbe il ricovero in una residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza”.

Solo nell’ipotesi in cui la Corte dovesse valutare insussistenti le aggravanti, la condanna sarà emessa tenendo conto dei benefici del rito abbreviato (quindi con lo sconto di un terzo della pena) più volte richiesto (e finora negato) alla difesa.

In aula si tornerà il 7 giugno per eventuali repliche della sostituta procuratrice Maria Consolata Moschettini e delle parti e per la sentenza.

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