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Cronaca

Coppia massacrata, la sentenza: “De Marco non è pazzo. Si è alleato con il male”

La Corte d’Assise ha depositato le motivazioni in merito alla decisione di condannare all’ergastolo il 22enne di Casarano che il 21 settembre del 2020 ha accoltellato per 79 volte Eleonora Manta e Daniele De Santis, nella loro abitazione in via Montello, a Lecce

LECCE - “De Marco ha ucciso perché voleva uccidere, perché nell’omicidio era vittorioso, trovava la compensazione alle sue frustrazioni e per questo lo commetterebbe ancora se incontrasse sul suo cammino altre persone che amplificassero le sue frustrazioni”, è questo uno dei passaggi centrali delle motivazioni messe nero su bianco dalla giudice Maria Francesca Mariano alla sentenza di condanna all’ergastolo di Antonio De Marco, il 22enne di Casarano che la sera del 21 settembre del 2020 uccise con 79 coltellate la coppia di fidanzati, Eleonora Manta, 30enne di Seclì, impiegata all’Inps di Brindisi, e Daniele De Santis, arbitro 33enne leccese.

La Corte d’Assise di Lecce, presieduta dal giudice Pietro Baffa, non ha dubbi sulla capacità di intendere e volere del giovane studente di Scienze Infermieristiche, a dispetto di quanto sostenuto nel processo dagli avvocati difensori Andrea Starace e Giovanni Bellisario: “Ha scelto volutamente e lucidamente, in condizioni di piena capacità di intendere e volere, sano di mente, un’alleanza con il male, coltivando tutti i canali informativi che alimentassero questa scelta: la pedopornografia, la prostituzione, i video di mutilazioni, i canali esoterici, i fumetti Manga, i personaggi bui e oscuri di certa mediocre letteratura perversa divulgata per adescare i deboli, a differenza di coloro che sono portatori di solidi valori etico morali, che sono disgustati da certi scenari e se ne tengono lontani. Quindi De Marco ha ucciso in piena consapevolezza con dolo di massima intensità, con premeditazione e con crudeltà”. Insomma, alla sua oscurità si sarebbe opposta la solarità dei due fidanzati, così abbagliante da dare un tale fastidio che doveva essere spenta. Per questo con una copia abusiva della chiave, s’introdusse all’ora di cena nell’abitazione della coppia, in via Montello, a Lecce, dove nei mesi precedenti aveva vissuto come affittuario, per sfogare sentimenti incontenibili di rabbia, frustrazione, invidia, odio.

Sono queste le conclusioni dei giudici contenute nelle 164 pagine della sentenza in cui sono state ripercorse dettagliatamente tutte le fasi del processo, un processo in cui non si è mai dubitato della responsabilità dell’assassino che confessò durante l’interrogatorio di convalida del fermo, una settimana dopo il duplice delitto, ma del suo stato di salute. Per la Corte le obiezioni sulla perizia svolta dagli esperti nominati  dal tribunale mosse dalla difesa - che aveva chiesto la non imputabilità e il ricovero del ragazzo in una Rems – sono per certi versi vaghe e infondate come quando avallano l’ipotesi di un disturbo dello spettro autistico.

daniele-de-santis-eleonora-manta-2-3-2-2-2-2A giudizio della Corte, l’imputato di autistico non ha nulla, ma è affetto da un disturbo narcisistico di personalità importante, non tale però da determinare una patologia che influisca sulla capacità di intendere e volere. “Perso l’approssimativo equilibrio che aveva trovato nel periodo liceale in cui proteggeva il suo sé fragile ma grandioso con l’autoisolamento ed entrato in conflitto con persone che avevano relazioni positive in ambito universitario, vissuto il rifiuto delle ragazze con cui avrebbe inteso fidanzarsi come un duro colpo all’autostima già in fase di notevole compromissione, aveva sviluppato una forma di invidia maligna verso coloro che avevano ciò che a lui mancava, maturando nei confronti di queste persone un insano desiderio di vendetta” sostengono i giudici che aggiungono: “Esso non derivava da un torto subito, ma dalla ferita narcisistica della sua personalità che aveva assunto connotazioni negative, come attestato dalla tendenza al sadismo, evidenziata dalla visione di siti pedopornografici riguardanti abusi su bambini molto piccoli. De Marco, quindi, scelse di uccidere con estrema lucidità e infatti programmò anche per iscritto con dovizia minuziosa ogni fase del delitto e quanto occorreva acquistare per la sua realizzazione”.

Per i giudici, inoltre, non ci sono dubbi sulla sussistenza delle aggravanti (premeditazione e crudeltà): “La risolutezza dell’aggressione premeditata, l’intensità del dolo, il numero delle coltellate, lo stato in cui furono ridotti i cadaveri sono tutti elementi che attestano la spietatezza e l’efferatezza di un atto unico nella storia del panorama criminologico dei delitti di omicidio”.

Ora che le motivazioni sono state depositate, la difesa potrà valutare il ricorso in appello.

L’analisi: “La crudeltà non sempre può essere giustificata con la follia”

“Quello che va assolutamente precisato è che non si può ritenere di essere in presenza di 'autismo' o 'follia' ogni volta in cui si è in presenza di un delitto efferato; non si può stigmatizzare come 'autistico' o 'folle' colui che commette un omicidio che suscita orrore nel sentimento comune di una collettività per la sua crudeltà o per le vittime prescelte o per l’assenza di movente o per i contorni oscuri. Sarebbe come mandare immuni da responsabilità, ad esempio, tutti i genitori rei di aver ucciso i figli, perché tale gesto nella coscienza collettiva è turpe e inaccettabile e sembra privo di senso sul piano logico e sul piano affettivo; ovvero sarebbe come dichiarare incapaci tutti i serial killer costruendo un fittizio alibi all’efferatezza altrui al solo fine di aggirare la sanzione” è quanto si legge nelle motivazioni della sentenza depositata nelle scorse ore sul duplice omicidio di Daniele ed Eleonora.

sentenza 1-2-2-2“L’immaginario comune accetta l’omicidio di mafia perché rientra in logiche di potere; accetta l’omicidio dell’estraneo motivato da questioni economiche o da fattori personali chiari. Ma fatica ad accettare l’omicidio fuori schema, come l’omicidio seriale, che sfugge a parameri di “normalità” e spaventa per la sua portata fuori dal comune. Ma non per questo si può donare l’alibi dell’immunità al soggetto agente qualificandolo “pazzo” o addirittura “autistico” e dunque incapace di intendere e di volere. La patologia mentale è una cosa seria. Quando esiste emerge in tutta la sua portata dirompente e incide sulle azioni del soggetto sganciandole dalla volontà e alterando completamente tutte le normali funzioni della vita. Non può e non deve essere una scusante costruita ad ogni costo nell’unico scopo di giustificare ogni delitto. In questo caso De Marco ha una personalità complessa, ma come è complessa la personalità di tanti cittadini che non commettono delitti; ha problematiche caratteriali di introversione e mancata realizzazione affettiva, ma come accade a tanti giovani timidi con scarso successo presso il pubblico femminile, che però sopportano la loro condizione e attendono che il tempo, le esperienze e i nuovi incontri modifichino le cose e certamente non uccidono”, conclude la giudice estensore Maria FrancescaMariano (in foto, alla destra  del presidente Pietro Baffa), componente del collegio che lo scorso 7 giugno ha inflitto il massimo della pena al giovane assassino.

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