Venerdì, 30 Luglio 2021
Cronaca

Gli operai ex Bat nel nome del collega suicida. Rabbia contro i palazzi del potere

Circa 150 lavoratori di quella che fino al 2010 era una delle manifatture di tabacco più efficienti d'Italia, hanno sfilato per i viali cittadini. Venerdì scorso uno di loro si è tolto la vita. La vacuità della riconversione li tiene in ostaggio. Intanto, aperta un'inchiesta per istigazione al suicidio

Il corteo sosta davanti al Tribunale. Si nota la grande foto di Falcone e Borsellino.

LECCE – Un operaio ha deciso di farla finita, si è sparato un colpo di pistola in testa. Si chiamava Fabrizio, aveva 50 anni, una moglie e tre figli. Venerdì il suo cadavere, disteso nell’auto con cui si era spinto nelle campagne della frazione di Borgo Piave, è stato ritrovato con l’arma ancora stretta in pugno. Dalle ore successive i suoi colleghi dell’ex manifattura della British American Tobacco hanno dato vita ad un passaparola che nell’odierna mattinata è diventato un corteo di circa 150 lavoratori – tutti con la maglietta nera in segno di lutto - che con civiltà, ma anche tanta rabbia hanno svelato ai turisti e agli indifferenti uno dei volti nascosti della città.

Fabrizio è stato assassinato dalla riconversione del grande stabilimento, fino a non troppi anni addietro fiore all’occhiello delle realtà produttive locali, erede ultimo della lunga tradizione della lavorazione del tabacco in terra salentina. “Quante persone devono morire perché qualcuno indaghi sulla manifattura?” grida uno degli operaio che aprono il serpentone al momento del passaggio davanti al Tribunale, sulla cui facciata campeggia da due anni una grande foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. “Giustizia, giustizia” e ancora “Fabrizio, Fabrizio”. Il corteo si ferma e scatta un lungo applauso che però vuole essere una sferzata al palazzo che dovrebbe far luce sulle denunce che pure sono state presentate.

Dall’autunno del 2010, quando Bat è andata via da Lecce e da altri siti italiani, sono rimaste solo macerie o poco più. C’era un produttore nazionale pronto a subentrare, la Yesmoke di Settimo Torinese, ma le regole della concorrenza e della distribuzione sono spietate e non seguono i percorsi della logica. Sono quindi subentrate tre aziende, la Iacobucci, la Hds e la Ip Korus, ma solo la prima è parsa l’unica in grado di garantire un briciolo di politica industriale, sebbene col passare dei mesi la situazione sia involuta fino ad arrivare alla recente richiesta di cassa integrazione straordinaria che i sindacati non hanno sottoscritto, ricevendo in risposta la minaccia di una pronta consegna dei libri contabili in tribunale.  Fabrizio era uno di loro, di quelli ritenuti più “fortunati” perché finiti nel contenitore apparentemente più solido di un’operazione che nel settembre del 2013 è stata ufficialmente avallata dalla firma a Roma di un accordo che sanciva il compimento della riconversione. A parole, evidentemente.

Ma in calce a quell’accordo ci sono le firme oltre che dei sindacati anche delle istituzioni locali. Le stesse alla quali i lavoratori hanno oggi bussato in maniera fragorosa. Prima a Palazzo Adorno, la sede della Provincia dove si trovano gli uffici dell’attuale commissario è già presidente, Antonio Gabellone. Poi a Palazzo Carafa: lì gli operai hanno chiesto di avere un faccia a faccia con il sindaco, impegnato però in altri incontri in corso. Un paio di crisantemi, poco prima, erano stati lasciati sul portone principale del Comune. Quando poi la manifestazione è giunta nei pressi della poco distante Prefettura, un messo del primo cittadino ha fatto sapere di essere pronto a ricevere quattro lavoratori ma la risposta è stata: “Venga lui a parlare con tutti”. Intanto il personale della Digos ha cercato di mediare per rendere possibile quanto prima un confronto tra alcuni lavoratori e il prefetto, Giuliana Perrotta.

C’erano anche i rappresentanti sindacali, tutti, ma dal prefetto ci sono già stati venerdì, per un tavolo ufficiale. Al ministero del Lavoro è pervenuta l’ennesima lettera di chiarimenti sulla riconversione, ma la situazione non si sblocca. Cosa resta di tutte quelle macerie, dunque? Confusione e rabbia innanzitutto. Più volte dal corteo è partito un avvertimento: nessuno vuole la violenza, ma nemmeno l’indifferenza. Chi può fare qualcosa contro una delle più forti multinazionali al mondo? Non un sindaco, non un prefetto, forse un governo. Ma questa partita, che rappresenta una delle ferite più gravi nella storia della città di Lecce, è stata sostanzialmente decisa a Roma e lo strabismo tra livello sindacale nazionale e quello locale è stato a tratti imbarazzante.

Quell’accordo del settembre del 2013, del resto, è stato imposto come un aut aut, dicono i bene informati: Bat ha incassato la liberatoria che cercava dal 2010, lasciando di fatto la vertenza ai subentranti, peraltro agevolati, pare, da un incentivo all’ingresso da parte della stessa Bat di svariati milioni di euro. Trovare una soluzione che garantisca continuità occupazionale è davvero difficile: il filo della speranza cui si aggrappano i circa 260 lavoratori si assottiglia ogni giorno di più.

Nel febbraio scorso il sindaco Paolo Perrone ha scritto all’allora ministro allo Sviluppo economico, Flavio Zanonato. Dopo aver raccolto le lamentele degli operai hanno fatto la stessa cosa Gabellone e Loredana Capone, assessore regionale: che “riconversione” fosse solo una parola politically correct è divenuto chiaro a tutti. Ma su quel documento ci sono delle firme. E oggi gli operai hanno deciso di chiederne conto. Urlando ai turisti incuriositi dal clamore e armati di macchinetta fotografica che Lecce è anche questa, un posto dove contano più le tessere elettorali delle persone.

Nel frattempo, proprio oggi la Procura di Lecce ha aperto un'inchiesta con l'ipotesi di reato, a carico di ignoti, di istigazione al suicidio. Il pubblico ministero Valeria Elsa Mignone ha affidato al medico legale Alberto Tortorella di effettuare l'autopsia sul corpo dell'uomo.  

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