Lunedì, 14 Giugno 2021
Cronaca

Cosparse la compagna con l'alcool e le diede fuoco, condannato a oltre 7 anni

Lanciò dell'alcool sulla compagna e le diede fuoco, con brutale e feroce crudeltà. Poi, mentre la donna si contorceva dal dolore e cercava di spegnere le fiamme, cercò di aiutarla portandola sotto la doccia. Alberto Antico, 43enne neretino, è stato condannato a 7 anni e quattro mesi di reclusione per tentato omicidio e maltrattamenti

LECCE – Lanciò dell'alcool sulla compagna e le diede fuoco, con brutale e feroce crudeltà. Poi, mentre la donna si contorceva dal dolore e cercava di spegnere le fiamme, cercò di aiutarla portandola sotto la doccia. Alberto Antico, 43enne neretino, è stato condannato a 7 anni e quattro mesi di reclusione per tentato omicidio e maltrattamenti. All’imputato il gup Giovanni Gallo, dinanzi cui è stato celebrato il giudizio con rito abbreviato, ha riconosciuto l’attenuante del cosiddetto recesso attivo, per aver cercato di spegnere le fiamme che avevano avvolto la compagna. L’imputato dovrà anche risarcire la donna.

L’uomo fu arrestato dagli agenti del commissariato di polizia di Nardò, diretti dal vicequestore aggiunto Pantaleo Nicolì, dopo un’indagine tanto rapida quanto efficace. Fu la chiamata al 118, giunta la sera del 9 dicembre scorso, a insospettire da subito gli investigatori. Ai sanitari l’uomo riferì di un incidente domestico causato dallo scoppio di un petardo. Una versione apparsa da subito poco plausibile: la donna presentava, infatti, ustioni al volto, al collo e al torace. Agli agenti l’uomo raccontò un’altra versione, cioè che la sua compagna, una 52enne originaria di Neviano, si era ustionata con dell’alcol mentre accendeva il camino. In casa, però, non vi era alcun fuoco acceso, né tracce di una brace recente. La prima di una lunga serie di discordanze e contraddizioni su cui gli inquirenti, tassello dopo tassello, raccolsero una lunga serie di indizi che portarono all’arresto di Antico.

Fondamentale si rivelò poi il racconto della donna, ricoverata nel reparto “grandi ustionati” dell’ospedale “Perrino” di Brindisi (dove tuttora si trova ricoverata in prognosi riservata). Gli investigatori attesero che la 52enne fosse in grado di parlare per raccogliere in un dettagliato verbale un inferno lungo quattro anni fatto di violenza, soprusi e minacce, culminate nella follia del 9 dicembre. L’uomo, al culmine di una banale lite, le versò sul corpo dell’alcool e le diede fuoco con un accendino. La donna porterà probabilmente per sempre impresse sul proprio corpo le ferite e i segni di quella crudele aggressione.

IMG_5097-4-2-3Nel corso delle indagini gli agenti di Nardò hanno poi ricostruito il passato e il carattere violento dell’uomo, nei cui confronti era già stata eseguita una misura cautelare di allontanamento dopo la denuncia dell’ex moglie. In più occasioni Antico avrebbe manifestato il suo carattere violento, picchiando e aggredendola compagna. Nei suoi confronti lapolizi aeseguì un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Annalisa De Benedictis su richiesta del pubblico ministero Maria Vallefuoco che cordinò le indagini e condiviso in pieno la dettagliata informativa di reato trasmessa dal commissariato di Nardò.

Quella neretina poteva essere l’ennesimo caso di “femminicidio”, una parola di stampo giornalistico dal suono stravagante, utile però a spiegare in modo appropriato la categoria criminologica del delitto perpetrato contro una donna perché è donna. Per capire e spiegare meglio i contesti, cercare di non banalizzare il fenomeno e di non ridurlo a un’invenzione mediatica. Perché in casi come questi il genere femminile della vittima è una causa essenziale, un movente, del crimine stesso, nella maggior parte dei casi commesso all’interno di legami familiari. Perché come ha spiegato l’antropologa messicana Marcela Lagarde: “La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa”.

Proprio per questo l’attenzione della questura di Lecce è massima e tangibile. Sui reati che vedono come vittime le donne, la polizia della provincia salentina presta il massimo impegno e considerazione, affidando le indagini a un pool di investigatori esperti e preparati. L’invito alle vittime è di denunciare sempre, prima che sia troppo tardi. 

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