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Giovedì, 30 Giugno 2022
Cronaca Taviano

Costretta a prostituirsi, il racconto choc: “Mi tagliò la mano con un coltello e mi bruciò con una sigaretta”

Ecco i retroscena dell’inchiesta che due giorni fa ha portato all’arresto di due uomini accusati di aver gestito il mercato della prostituzione a Lecce e Taviano con donne “acquistate” all’estero

TAVIANO - “Circa quattro anni addietro, siccome non sono andata a lavorare perché non mi sentivo bene, il “Boss” con un coltello mi ha causato sul palmo della mano sinistra un profondo taglio che mi ha lasciato una vistosa cicatrice, inoltre con la sigaretta accesa mi ha procurato delle vistose cicatrici di bruciatura sempre sul dorso della stessa mano”: è questo uno dei passaggi più inquietanti del racconto di una delle donne vittima dell’associazione che l’avrebbe costretta a prostituirsi, e a capo della quale ci sarebbe stato Mariyan Chakarov, 46enne di origini bulgare ma domiciliato a Taviano, finito in carcere due giorni fa con uno dei suoi presunti aiutanti Angelo Manzo, 62enne di Taviano.

Era l’11 luglio del 2020, quando la malcapitata si presentò nel commissariato di polizia di Taurisano per chiedere aiuto, riferendo di subire maltrattamenti e vessazioni da un uomo che indicava come “Boss” che l’aveva condotta in Italia e avviata, ricorrendo a minacce e violenze, alla prostituzione: “Da circa un anno sono stata portata dalla Bulgaria, mio paese d’origine, in Italia in auto, da un uomo che io conosco con il nome di Moni, di origine turca. Per la precisione mi portava presso la città di Lecce, e mi allocava in una grande abitazione, della quale sconosco l’indirizzo. Da quando sono arrivata in detta città, l’uomo che io identifico col termine di “Boss”, mi ha subito detto che dovevo prostituirmi e dovevo consegnargli i soldi che guadagnavo su strada. Pertanto ho iniziato a prostituirmi, rappresentando che dal primo giorno, il “Boss” ha posto in essere nei miei confronti gravi ed innumerevoli minacce del tipo che “se non gli avessi portato i soldi mi avrebbe tagliato la testa”,e in più occasioni sempre dal medesimo ho subito violente percosse in tutto il corpo, riportando varie ferite. Di fatto all’inizio del mio soggiorno in Italia, ho dovuto soltanto “lavorare”, e quando non lo facevo o non lo faccio tutt’ora, il “Boss” mi tiene chiusa in casa e non mi fa uscire per alcun motivo”.

In una circostanza riferita dalla vittima, sarebbe stata punita con un taglio e bruciature di sigarette alla mano, perché impossibilitata a lavorare a causa di un malessere. In seguito a questa aggressione, l’uomo l’accompagnò al “Vito Fazzi” e ai medici, riferì che le ferite se le era procurata da sola, temendo in future ritorsioni qualora avesse raccontato la verità.

La donna, inoltre, raccontò agli agenti di consegnare tutti i soldi guadagnati col meretricio, anche mille euro al giorno, al “Boss” che quotidianamente, alle 8, l’avrebbe accompagnata sulla statale 274, allo svincolo per Acquarica del Capo, per svolgere l’attività e l’avrebbe ripresa alle 17.30, ricevendo come compenso solo un euro, sigarette e, in maniera discontinua, generi alimentari.

“Tengo a precisare che attualmente non ce la faccio più a vivere in questo stato, temo per la mia incolumità, non voglio più fare questo lavoro, non voglio più vedere il “Boss” che non perde occasione di picchiarmi anche mediante bastone con il quale vengo spesso percossa in testa, e voglio ritornare al mio paese di origine. Di fatti in data odierna, ho avuto il coraggio di farmi accompagnare mediante passaggio presso il vostro ufficio, al fine di farmi aiutare e mettervi a conoscenza della mia grave situazione. Non dormo e non mangio da circa due giorni, ho paura e voglio essere aiutata”.

Ma non è questo l’unica storia dell’orrore che ha messo in moto l’inchiesta condotta dalla pubblica ministero Giovanna Cannarile, contenuta nell’ordinanza di custodia cautelare notificata a due dei quattro indagati.

Qualche giorno dopo, il 5 agosto, un’altra donna, di origini bulgare, si presentò negli uffici della stazione dei carabinieri di Gallipoli per dichiarare di essere costretta, con la violenza, a vendere il suo corpo: “Alla mia richiesta di riavere i documenti perché non volevo più fare la prostituta sono stata picchiata con la fibbia della cinta. Mi ha causato diverse lesioni su varie parti del corpo tanto che mi hanno accompagnata al pronto soccorso di Lecce, dove ho detto che ero caduta da una moto”. Anche questa donna sarebbe stata “acquistata” e oltre alle vessazioni, le sarebbe stato tolto anche il figlio di due anni che poi sarebbe stato affidato a un parente del suo sfruttatore.

Quest’ultimo, poi identificato in Chakarov, stando alle indagini, avrebbe stabilito le “tariffe” e impartito ordini precisi alle ragazze, obbligandole, per esempio, a fargli uno squillo sul cellulare, all’inizio e alla fine di ogni prestazione, in modo che potesse monitorare gli introiti. In sua assenza, a fare le veci, ci avrebbe pensato la moglie Denislavova Sevdalina Rodostinova, 31enne, indagata nello stesso procedimento. A questa, come emerge in una conversazione telefonica, avrebbe imposto di tenere a dieta una delle ragazze, invitandola a darle solo pane e insalata ogni cinque giorni.

Quanto a Manzo, invece, avrebbe svolto principalmente il ruolo di autista delle ragazze, almeno dal luglio al dicembre del 2020, dando però anche il proprio contributo in altre mansioni necessarie al sodalizio, come quella di inviare il guadagno delle prostitute a Chakarov, durante i suoi soggiorni in Bulgaria. Gli investigatori, solo riusciti a risalire anche a un altro componente del gruppo: Dobrin Borison, 29enne bulgaro, domiciliato a Taviano, ritenuto anche lui uomo di fiducia del “Boss”.

Sia per lui che per Rodostinova, la giudice ha disposto l’arresto in carcere, ma la misura non è stata eseguita perché al momento sono irreperibili, mentre Chakarov e Manzo durante l’interrogatorio di garanzia che si è tenuto ieri hanno preferito avvalersi della facoltà di non rispondere per consentire ai difensori (gli avvocati Raffaele Benfatto, Massimo Buggesi e Tommaso Donvito) di avere più tempo per visionare tutti gli atti del procedimento.

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