Covid-19, sospesa la semilibertà, l’appello dal carcere: “Abbiamo paura”

A causa dell’emergenza, ad alcuni detenuti sottoposti alla misura alternativa è stato concesso di rimanere in casa, ma non a cinque che ora chiedono parità di trattamento al presidente del tribunale di Sorveglianza

LECCE - Sarebbero stati usati due pesi e due misure nei riguardi dei detenuti nel carcere di Lecce sottoposti al regime di semilibertà, perché se ad alcuni di loro è stato concesso di poter restare in casa a causa dell’emergenza Covid-19, ad altri è stata negata questa possibilità proprio per lo stesso motivo. Ad avere la peggio sono stati in cinque, tre dei quali, un 39enne di Lecce, un 41enne originario di Casarano e un 36enne originario di San Pietro Vernotico, si rivolti al presidente del Tribunale di sorveglianza Silvia Dominioni.

Attraverso i loro difensori, hanno chiesto di essere trattati alla stregua degli altri, di poter quindi rimanere nel proprio domicilio nelle ore in cui non lavorano, quindi anche di notte, per ragioni di giustizia, equità e tutela della salute.

Nell’istanza, avanzata una settimana fa, si fa presente inoltre che questa autorizzazione in realtà l’avevano già ottenuta il 14 marzo, in base a un provvedimento del magistrato di Sorveglianza Ivan Madaro: potevano pernottare nelle loro abitazioni, con divieto assoluto di uscire se non per esercitare l’attività lavorativa. Ma tre giorni dopo, la decisione è stata annullata da un nuovo provvedimento, stavolta firmato dal collega Domenico Colucci, che ha sospeso la semilibertà, con l’effetto di negare agli stessi la possibilità di lasciare il carcere anche la mattina.

Al presidente Dominioni, i detenuti riferiscono dell’assenza di misure idonee a contrastare l’emergenza nel penitenziario e della loro paura di potersi ammalare, insieme a quella di poter perdere un’opportunità lavorativa faticosamente guadagnata. Ma non solo. Raccontano anche del disagio di vivere in una nuova sezione che sarebbe sprovvista dei servizi di primaria necessità, quali acqua calda, gas e riscaldamento.

Proprio riguardo alla misure idonee a contrastare la diffusione del contagio che il Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, nei giorni scorsi, aveva chiesto al Capo della protezione civile pugliese e alle Asl di effettuare il tampone a tutti gli agenti per consentire agli stessi di lavorare con più sicurezza anche nell’interesse dei detenuti.

Ieri, il sindacato, in una nota scritta firmata dal segretario nazionale Federico Pilagatti, ha annunciato che sporgerà denuncia alle autorità competenti perché ancora non si conosce l’esito del tampone eseguito nei riguardi delle poliziotte venute a contatto con la detenuta risultata positiva lo scorso 13 marzo: “E’ inaccettabile che prima si costringano i poliziotti a lavorare senza alcuna protezione e poi ci si disinteressi della loro sorte”

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