Cronaca

Creuzfeldt-Jacob, debole l'ipotesi di casi legati a trasfusioni di sangue

L'indagine interna avviata dall'Asl ha portato al primo risultato: nessuno dei due pazienti deceduti nei giorni scorsi nel basso Salento era donatore. Ma la vicenda è ancora da vagliare a fondo, anche perché i picchi nel Leccese potrebbero aveva un'origine genetica

@TM News/Infophoto

LECCE – Le indagini avviate per stabilire sei nei due casi di malattia di Creuzfeldt-Jacob,  con altrettanti decessi, quello di una donna di 49 anni di Parabita e di un uomo di 67 anni di Taviano, abbiano un nesso con le trasfusioni di sangue per ora hanno dato esito negativo. L’anticipazione arriva dall’associazione Salute Salento. L’inchiesta dell’Asl di Lecce – che corre parallela a quella della Procura, avviata dopo un esposto presentato dalla famiglia della prima vittima – ha valutato per prima cosa se i due pazienti fossero donatori di sangue. E non sono risultati tali. Quindi, non c'è possibilità di trasmissione verso altri. Almeno da loro.

Ulteriori approfondimenti devono essere svolti, ovviamente, per capire se i due pazienti stessi abbiano contratto la malattia a causa di eventuali trasfusioni ricevute in un passato anche remoto. Ed ecco che si stanno vagliando tutte le cartelle cliniche. Si tratta di un atto dovuto per care chiarezza. Ma l’ipotesi infettiva sembrerebbe escludersi anche dalle statistiche.

Ricorda l’associazione come, su 116 segnalazioni nei primi cinque mesi del 2015 al “Registro nazionale della malattia di Creuzfeldt-Jacob” (nota come morbo della “mucca pazza”), tenuto dall’Istituto superiore di sanità, solo ventitré abbiano avuto una diagnosi certa o probabile e di queste diciannove sono risultate di origine sporadica  e quattro genetica. Dal 1993 a oggi, d’altro canto, le forme infettive sono state solo nove (iatrogena sette casi e variante due casi).

Su base regionale la Puglia dal 1993 al 30 giugno 2015 registra 127 casi, con una mortalità di 1,71 per milione di abitanti, rispetto alla media nazionale che è di 1,93. A Lecce e provincia, però, la media è salita (come ha ricordato il direttore generale dell’Asl, Giovanni Gorgoni, nei giorni scorsi) negli ultimi anni e sei (compresi gli ultimi due) sono stati i decessi, elevando la media fino a quasi il 10 per cento.

A margine dell’ultimo caso, con la morte del paziente in casa, dopo ricovero a Casarano, Gorgoni aveva innanzitutto ricordato come, a oggi, nessun caso della sindrome in questione verificatosi nel Salento fosse ascrivibile alla forma di origine alimentare.

“L'aspetto che invece più ci preoccupa – aveva aggiunto - è l'incidenza elevata di casi rispetto alla media nazionale e regionale: quello di oggi è il quarto caso nell'anno, che si aggiunge ai sette registrati nel 2013”. Non se n’era invece verificato nessuno nel 2014. “I dati – aveva concluso - fanno pensare  alla presenza di un cluster specifico del basso Salento, meritevole di approfondimento e la quota non trascurabile dei casi legati a cause genetiche o sporadiche e ignote rende necessaria una analisi mirata e urgente di concerto con l'Istituto superiore di sanità”.

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