Cucendo la speranza, viaggio tra le detenute del carcere femminile di Lecce

Abbiamo incontrato le detenute del carcere di Borgo San Nicola al lavoro nel laboratorio tessile dove si producono i prodotti marchiati "Made in Carcere" e IrenerI. Due marchi uniti per diffondere un messaggio di speranza, di concretezza e solidarietà, ma anche di libertà e rispetto per l’ambiente. Lo scopo principale è di diffondere la filosofia della “seconda opportunità”

LECCE – Varcare il portone d’ingresso di un carcere, anche solo per poche ore e da cittadino libero, è sempre un’esperienza profonda, difficile anche da immaginare ma capace di lasciare un segno indelebile. Significa confrontarsi con un mondo a parte, fatto di regole e sistemi diversi da quelli con cui ci si confronta ogni giorno. Il carcere è una sorta di macrocosmo che fa paura, facile da ignorare ma impossibile da dimenticare, come uno specchio che riflette una parte di noi che non vorremmo mai vedere.

Arrivando da lontano il carcere di Lecce appare come una città fortificata, immensa sotto il sole implacabile del Salento. Costruita nella prima metà degli anni Novanta, e aperto ufficialmente il 14 luglio 1997, dopo che furono dismessi i due istituti di “Villa Bobò” (oggi sede del Tribunale per i minorenni) e “San Francesco”, che si trovavano nel centro storico del capoluogo salentino, la casa circondariale di Lecce è alla periferia nord della città, in località Borgo San Nicola.

Sotto il sole cocente di un inizio giugno già estivo, attraversiamo i grandi spazi aperti che contraddistinguono questa sorta di cittadella penitenziaria. Lasciamo l’ingresso e ci spostiamo nel blocco femminile, dove sono recluse circa ottanta persone. Una piccola “isola felice”, con problematiche ben diverse rispetto a quelle maschili, dove i detenuti sono più di mille. In uno dei due laboratori tessili le detenute sono al lavoro. Nel secondo sono ospitate le detenute ad alta sicurezza, per cui è previsto un rigido protocollo da rispettare, che non le impedisce di offrirci, sotto lo sguardo vigile della polizia penitenziaria, di offrirci un caffè dal sapore squisito.

Sono loro le protagoniste del marchio “Made in Carcere”, nato nel 2007 grazie a Luciana Delle Donne, fondatrice di Officina Creativa, una cooperativa sociale, non a scopo di lucro. Da alcune settimane a “Made in Carcere” si è affiancato il progetto “IrenerI”, nato per combattere la contraffazione e contrastare lo sfruttamento dei lavori extracomunitari. I pezzi prodotti, contraddistinti dai due marchi, sono confezionati da donne detenute, alle quali viene offerto un percorso formativo al termine del quale vengono assunte con regolare contratto di lavoro a tempo indeterminato, puntando dunque ad un definitivo reinserimento nella società civile e lavorativa. Lo scopo principale di “Made in Carcere”, infatti, è di diffondere la filosofia della “seconda opportunità” per le donne detenute e della “doppia vita” per i tessuti (si tratta sempre di materiali di recupero) e per le pelli (avanzi di conceria che andrebbero smaltiti come rifiuti speciali). Due marchi uniti per diffondere un messaggio di speranza, di concretezza e solidarietà, ma anche di libertà e rispetto per l’ambiente. Due progetti che hanno trovato sostegno e condivisione da parte dell’amministrazione penitenziaria e del direttore della casa circondariale: Rita Russo, da sempre sensibile ai progetti per il recupero e la valorizzazione dei detenuti.

“Si punta a due fasce deboli, ai margini, come i detenuti e i venditori extracomunitari, che, con questa bella iniziativa di sinergia, si rivalutano grazie a prodotti belli e di qualità, che verranno venduti nel rispetto delle regole - dice Luciana Delle Donne. Dovrebbe essere una storia di normalità che diventa, invece, un fatto eccezionale, una bella occasione di buon vivere per restituire dignità, lavoro, competenze professionali, autonomia, indipendenza economica, a favore dell’inclusione e dell’impatto sociale”.

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Ciò che sorprende e che incanta, sono i sorrisi e gli occhi luccicanti di vita delle detenute, anche da parte di chi, come Lucia, deve scontare una lunga condanna: “Questo è un progetto di fratellanza che regala un senso alla vita” spiega con orgoglio, lei che da cinque anni lavora in questo laboratorio.” Abbatte queste mura e le difficoltà che si vivono all’interno del carcere, la differenza di nazionalità, cultura e delle storie personali”.  Tina, una georgiana dai capelli a caschetto biondi come un campo di grano e occhi turchesi ammalianti, spiega che lavorando ha capito “che quando tocchi il fondo devi decidere come cambiare la tua vita”. Lei ci è riuscita mettendo a frutto, manovrando con grande abilità la macchina da cucire, i suoi studi. Rosa, occhi timidi e voce flebile, ci racconta quella che per alcune ore al giorno rappresenta la sua principale attività: “Qui produciamo borse, borsellini, porta occhiali e bracciali con materiali recuperati. Ci piace pensare che così come avviene con questi tessuti e questi pelli, che una volta erano da buttar via e ora sono rinati, anche noi un giorno potremo iniziare una nuova avventura e rinascere”.

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