Sabato, 24 Luglio 2021
Cronaca

Il dramma. "Io, che vivo nascosta. Mio marito mi vuole uccidere"

Una giovane donna, il suo terribile racconto di violenze, minacce, abusi. "Ha una pistola, mi cerca da quando sono scappata". Ha già sporto diverse denunce, l'ultima delle quali è recente. Ed ha scritto alle autorità: "Aiutatemi"

 

LECCE – “Io, vittima del terrore, vivo nascosta da mesi in casa di persone amiche”. Lei è di Lecce. Ha 34 anni. La chiameremo A.. La sua voce si spezza nelle lacrime, mentre racconta la sua storia. “Mio marito vuole vendicarsi. Mio marito mi vuole uccidere”. L’inquietudine, un tarlo che divora la mente, che non permette di camminare a testa alta per strada, che fa ruotare gli occhi di continuo, nel timore di essere pedinati, di ritrovarsi un’ombra alle spalle.

Per due anni, A. è stata sposata con un uomo più grande di lei di circa venti, ma la loro convivenza è ben più datata. “Il mio mostro”, lo chiama.

A. mastica disperazione quotidiana e, nello stesso tempo, vive sotto il torchio stritolante del rimorso, una spina nel fianco che non fa dormire. “Per paura delle continue minacce di morte, sono stata costretta a tradire la fiducia di chi mi è stato vicino”. A. aveva già segnalato minacce e violenze, e si era aperto un procedimento. Lei, però, ha ritrattato, mettendo in difficoltà anche chi le era stato accanto. Ma ora, anche quest’aspetto, e le prove raccolte per certificare la falsa testimonianza sotto velata minaccia, sono al vaglio degli inquirenti. E, in una lettera carica di tormento, chiede scusa a tutti. Una lettera spedita persino al presidente della Repubblica, oltre che ad altre autorità, compresa quella giudiziaria. Perché A. – che è seguita anche da un noto studio legale leccese - ha deciso di venire allo scoperto, chiedendo aiuto.

Risale a pochi giorni addietro, l’ultima denuncia inoltrata contro l’uomo. Un passo che ha deciso di compiere, quando, cercando di contattare il figlio adolescente su Facebook (hanno avuto l’affidamento congiunto, dopo la causa di separazione), al ragazzo si sarebbe sostituito proprio lui, il marito. “Il mio mostro”. Con messaggi inequivocabili: avrebbe rinnovato le intenzioni di rintracciarla, con un unico e solo obiettivo: ucciderla.  

E’ la paura della morte, il filo invisibile sospeso nel tempo, che collega tutti i passaggi di questa storia. Paura che quell’uomo, che ha diversi precedenti, e che non sarebbe uno che va per il sottile, si possa ripresentare alla sua porta, armato. Una pistola che lei sostiene di sapere in suo possesso, di aver anche visto e persino maneggiato, suo malgrado.  

“Sono stata spesso vittima di maltrattamenti, percosse, lesioni e minacce di morte da parte di mio marito”, racconta A. E’ una storia triste e sconvolgente, la sua, eppure, così simile a quella di tante donne, vittime di un amore deviato, di una metamorfosi che trasforma l’affetto in “gelosia morbosa”, per usare le sue parole, in un cinico senso del possesso che disumanizza la persona. La donna come un oggetto. “Dovevo vestire secondo i suoi canoni e non parlare mai con altri uomini”. E, ancora: “Mi obbligava a stare sempre con lui, anche sul suo lavoro”. Si tratta, infatti, di un commerciante, ma omettiamo volutamente particolari più precisi, compresi quelli sui precedenti penali dell’uomo, per tutela di tutti gli interessati e fino a quando, comunque, gli inquirenti non avranno accertato la veridicità delle pesanti accuse formulate. L’indagine, infatti, è ancora in una fase embrionale.

Certo è che le querele, nel tempo, sarebbero state varie. Anche perché l’uomo sarebbe persino arrivato a “tentativi di soffocamento e torture fisiche, con calci e pugni”.

Verso la fine dell’estate dello scorso anno, A., ormai svigorita dall’incubo quotidiano, scappò. Una fuga da romanzo. Racconta di aver cercato prima riparo nell’atrio della questura, per sfuggire alle grinfie dell’uomo, per poi andarsene anche da lì, una volta che si era allontanato, e recarsi nell’ospedale “Vito Fazzi”, alloggiando per qualche tempo nella sala d’attesa, prima di raggiungere, nel suo tormentato girovagare, l'abitazione di amici. Dove ancora dimora. E’ il suo rifugio segreto. Ed ha paura anche per loro, che, stoicamente, hanno deciso di ospitarla. Perché la sofferenza è tanta. Più volte il marito avrebbe cercato di contattarla sul telefonino. Qualcuno le avrebbe riferito di altre minacce di morte, proferite persino davanti a conoscenti. Con quella pistola, sempre in primo piano. Un chiodo fisso. “La detiene illegalmente, e una volta mi chiese di nascondere in una buca nel terreno del giardino di casa”. Con quell’arma, il giorno in cui fuggì, l’avrebbe minacciata: “Ti colpisco alle gambe, con due proiettili, e mi sari fedele”. Ora, A., chiede di essere difesa. 

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