Derby & combine. Semeraro: 300mila euro per una gara forse regolare

Le motivazioni sul famigerato Bari-Lecce non offrono reali novità. Semmai, chiariscono alcune ombre. Nessuno avrebbe assecondato Masiello, ma questi avrebbe fatto credere che l'accordo fosse in porto per intascare la cifra pattuita

@TM News/Infophoto

LECCE - Sessantasei pagine di motivazioni, con ricostruzioni dettagliate di probabili passaggi di denaro, scambi telefonici, incontri faccia a faccia a Lecce e a Bari. E la sensazione di tuffarsi nel copione di una pessima commedia all'italiana. Leggerle non fa bene al cuore. Viene la voglia di afferrare un pallone e di calciarlo lontano. Una palombella con traiettoria interminabile, in cui la sfera non scenda mai giù, ma venga inghiottita per sempre da un cielo plumbeo, insieme a questo calcio malato terminale, perennemente in bilico tra paradossi: fiumi in piena di denaro da una parte, tasche vuote dall'altra, nel mezzo il grigio di limbo del mondo delle scommesse sportive a controbilanciare tutto.

Il giudice monocratico Valeria Spagnoletti non lo scrive mai apertamente, ma il concetto è semplice da riassumere, dopo aver spulciato fra dichiarazioni al pm Ciro Angelilliss della Procura di Bari e ricostruzioni varie: Pierandrea Semerano, allora presidente del club che un tempo aveva sede in via Templari, avrebbe sborsato 300mila euro (a fronte di una richiesta iniziale del doppio), usando un suo amico, l'imprenditore leccese Carlo Quarta, come ponte, per assicurarsi la vittoria nel derby della vita del 15 maggio 2011 (i giallorossi avevano bisogno dei tre punti per la matematica salvezza). E tutto questo per essere a sua volta "vittima" di una sorta di raggiro. In sintesi: è plausibile che gli sia stato fatto credere che l'accordo fosse raggiunto, ma che la gara si sia svolta in buona sostanza in modo regolare, perché impossibile per un singolo uomo modificare il risultato.

L'attore principale di questa commedia, Andrea Masiello, ex calciatore del Bari, lo spiega chiaramente in più passaggi: nessuno dei suoi compagni di squadra dell'epoca interpellati accetterà mai di partecipare alla combine, e forse anche perché sulla testa di tutti pendevano i toni minacciosi di una tifoseria, quella biancorossa, che almeno nel derby chiedeva una riparazione a un'annata disastrosa. Giocatori non pagati, certo. Altre gare presuntivamente vendute, siamo d'accordo. Retrocessione garantita, e va bene. Baratro del fallimento, ok. Eppure. Perdere con il Lecce? Sia mai. Il derby è il derby. Solo chi ha vissuto quest'ossessione sulla sua pelle almeno in una parentesi della propria vita, può capire.

E allora? Allora, avanti lo stesso. Fingendo che tutto fosse accomodato. Per non perdere la grana.

Per il pm l'autogol di Masiello sul tiro sbilenco di Jeda (con il Lecce già in vantaggio) sarebbe stata la riprova di tutto.

Il Bari nella gara arranca perché non ha motivazioni, il Lecce invece ne ha da vendere e offende al "san Nicola" come uno schiacciasassi, Masiello vuole dimostrarsi affidabile di fronte al presunto acquirente e allora ci mette il timbro. "Casco male", dichiara. "Faccio la scena di buttarmi pancia all'aria come se fossi disperato. Rido, tra virgolette, sotto questo punto di vista qua. Però poi dall'altra parte è una cosa vergognosa". Insomma, si rende conto nell'atto stesso di deviare il pallone in porta che la messinscena è ridicola, una forzatura.

"E' normale che poi quando io faccio autorete, è normale che dopo tutto è in discesa, cioè la strada si spiana, perché Masiello si è preso l'impegno, Masiello fa autogol, il Lecce vince la partita, sono tre punti per la salvezza, è normale che dopo io… Cioè queste persone qua di Lecce vogliono comunque avere la prova che io sia una persona affidabile nei loro confronti", aggiungerà in seguito, parlando di se stesso.

Tutto questo è stato portato dalla Procura ad evidenziare il coinvolgimento diretto del calciatore. In realtà, se anche l'autogol fosse stato genuino (la controversia non è mai stata chiarita veramente: "Non mi sono impegnato al mille per mille per salvare quel gol", come detto ancora da Masiello, mister "mille versioni"), c'è tutto l'antefatto che ha un peso determinante. E che quasi cancella i grotteschi siparietti.

Nulla di veramente nuovo, insomma. Già il Tnas, nella sua sentenza sportiva che respingeva il Lecce nelle fiamme dell'inferno della Lega Pro, aveva ricordato come solo il tentativo di mettere a segno una combine, al di là di tutto, fosse passibile di pollice verso. Senza superare mai la questione autogol (vero o falso?), aveva spiegato che già la dimostrazione certa di accordi preliminari per provare a falsare il risultato della gara sarebbe bastata a far scattare le sanzioni.

In un passaggio del giudice penale si evince in modo piuttosto chiaro l'analoga impostazione. Tutti (quindi anche i presunti intermediari di Masiello, i baresi Fabio Carella e Fabio Giacobbe, scommettitori, che avevano patteggiato in precedenza) "hanno concluso un accordo finalizzato a deviare il risultato della competizione sportiva". Meglio, stando a una recente determinazione della Cassazione sulla competenza territoriale (ed è il passaggio chiave per cui il processo si sia svolto a Bari, ma anche probabilmente della decisione ultima sulle condanne) "la frode sportiva mediante promessa, offerta di denaro o altro vantaggio si consuma già con l'offerta o promessa di un'utilità indebita", ritenendo persino "irrilevante" "il verificarsi di un evento in senso materiale". Il senso è chiaro. E da questo punto di vista, il giudice non ha riserve: Pierandrea Semeraro avrebbe versato i soldi a Carlo Quarta perché intercedesse. E gli accordi preliminari prima della formulazione dei dettagli in un bar di Lecce, nella zona di piazza Mazzini, sarebbero stati fra Quarta e Carella. Il primo, appunto, come intermediario diretto dell'ex giovane presidente del Lecce, mentre il secondo si sarebbe in seguito fatto portavoce della proposta a Masiello.

Altri passaggi successivi non sono stati chiariti del tutto, ma hanno un'importanza ad oggi relativa. Per esempio, il segnale che sarebbe stato pattuito pochi istanti prima del fischio d'inizio, per far capire che l'accordo era andato in porto con un allora tesserato del Lecce, il centrocampista Giuseppe Vives. Una pacca sulla schiena, per inciso. Masiello ha sempre sottolineato di non averlo mai conosciuto prima. E la posizione di Vives è stata archiviata "perché qualificata alla stregua di un post factum non punibile". In realtà, precisa il giudice, al momento della chiamata in dibattimento, era ancora in una posizione incompatibile a testimoniare perché un obbligo di rispondere avrebbe comportato la sua "possibile ed inevitabile compromissione dinanzi alla giustizia sportiva". E persino la possibilità di una "falsa testimonianza", in via penale.

E non mancano nemmeno le chicche bizzarre. Per esempio, nello scambio convulso di telefonate, l'accusa attesta che il numero di cellulare su cui Semeraro avrebbe ricevuto le chiamate è intestato alla Nexus Holding, di cui all'epoca era presidente del Cda. A sua discolpa la difesa ha avanzato contestazione generica con un documento del lontano 2001 (una comunicazione della Nexus al gestore telefonico) firmata dal fratello, Quirico Semeraro (meglio noto come Rico, a Lecce), in quell'anno presidente di tale società. Fatto che non ha escluso ovviamente la possibilità di mutamenti delle cariche nel tempo. D'altro canto, lo stesso Pierandrea Semeraro, per fatti diversi rispetto a questa storia, presentando più di recente una denuncia alla Procura, avrebbe rilasciato come suo recapito proprio quel numero "incriminato", come attestato dalla polizia giudiziaria

Per la cronaca: la sentenza risale al 26 novembre. Semeraro e Quarta sono stati condannati a un anno e sei mesi a testa, pena sospesa, a multe di 10mila euro e al risarcimento delle parti civili, 400 euro per i tifosi offesi dalla storia.

Al di là di tutto, la vicenda nel complesso lascia una sensazione molto amara in bocca a chi ha amato una maglia più della sua stessa vita, tipica follia del tifoso incallito. Più di cento anni di storia vissuti con orgoglio e passione da intere generazioni sono oggi disonorati per effetto di una sentenza che va ben oltre la condanna in sé e persino il Lecce stesso, e che invece dovrebbe essere spunto per ragionare sul marcio che tempesta un mondo del calcio ai minimi livelli storici di credibilità. Che sia "solo un gioco", è ormai solo un modo di dire. La verità, la palla più che altro un affare che rimbalza per gli speculatori.

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