Donna deceduta mentre allattava il figlio, la famiglia si oppone all'archiviazione

Una nuova istanza di opposizione all’archiviazione è stata formulata dall’avvocato Massimo Bellini nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Giuseppina Liaci, la donna di 37 anni di Arnesano deceduta il 16 aprile del 2014 nel reparto di Ginecologia dell’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce. La parola passa ora al gip

LECCE – Una nuova istanza di opposizione all’archiviazione è stata formulata dall’avvocato Massimo Bellini nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Giuseppina Liaci, la donna di 37 anni di Arnesano deceduta il 16 aprile del 2014 nel reparto di Ginecologia dell’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce. La seconda richiesta di archiviazione è stata depositata dal pubblico ministero Giuseppe Capoccia dopo che Il gip aveva disposto, sulla base di quanto già evidenziato dall’avvocato Bellini (legale dei famigliari della vittima), nuovi accertamenti medico legali e l’ascolto di alcuni testi, presenti nella stessa stanza della donna al momento del decesso. Da quei nuovi accertamenti (tra cui un supplemento di consulenza affidato al medico legale Roberto Vaglio) disposti nel fascicolo ancora a carico di ignoti, secondo la Procura non sono emersi profili di responsabilità penale. Diversa la tesi del legale della famiglia, che ha evidenziato come le testimonianze e gli accertamenti medico legali abbiano acclarato le responsabilità alla base della morte della 37enne. Il gip Vincenzo Brancato ora potrebbe archiviare, fissare una nuova udienza camerale o formulare l’imputazione coatta.

Tre gli aspetti chiave alla base dell’atto di opposizione alla richiesta di archiviazione, anche e soprattutto attraverso l’analisi la consulenza disposta dalla stessa Procura: il primo intervento di parto cesareo avvenuto in data 4 aprile, in cui la paziente avrebbe subito una lesione vescicale (ritenuta una complicanza dell’intervento); il secondo intervento chirurgico cui la 37enne era stata sottoposta il 13 aprile, per l’asportazione della fistola vescicale (in cui alla donna erano stati asportati anche l’utero e le ovaie). Due interventi in un breve lasso di tempo che, secondo quanto evidenziato, potrebbe avere irrimediabilmente compresso il quadro clinico della paziente.

Nell’atto di opposizione si punta il dito anche contro i presunti ritardi nei soccorsi alla donna e la tempestività dell’intervento del personale medico e infermieristico. Intervento avvenuto, secondo quanto denunciato, solo quando il convivente della vittima, dopo lunghissimi minuti di vana attesa e di urla disperate, avrebbe spostato fisicamente il letto in cui la 37enne era ricoverata nel corridoio del reparto.

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Quella di Giuseppina Liaci fu una morte tragica e improvvisa, che colpì la donna mentre allattava il bimbo partorito una dozzina di giorni prima. Fu il convivente della donna a trovare il corpo senza vita della donna. Pochi minuti prima la donna aveva parlato al telefono con il compagno, che le aveva annunciato la sua visita di lì a poco. “Le infermiere mi hanno appena portato il bambino” avrebbe detto la 37enne al marito, “cerca di arrivare presto, così lo vedi anche tu”. Al telefono la donna sembrava stare bene e non accusare alcun malore. Giunto nella stanza di ospedale, però, l’uomo si è trovato di fronte a una tragedia difficile anche da raccontare. Il corpo senza vita di Giuseppina Liaci giaceva privo di vita nel letto d’ospedale, stringendo ancora al petto il neonato.

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