Morte dopo l'intervento, a giudizio ex primario di cardiochirurgia

Si aprirà il 28 giugno il processo relativo alla morte di Anna Guido, la 71enne di Maglie deceduta in circostanze sospette il 20 aprile del 2010 dopo un intervento al cuore. A giudizio Giampiero Esposito. Citata la struttura

 

LECCE - Si aprirà il prossimo 28 giugno, dinanzi al giudice monocratico della prima sezione del Tribunale di Lecce, il processo relativo alla morte di Anna Guido, la 71enne di Maglie deceduta in circostanze sospette il 20 aprile del 2010 dopo un intervento al cuore.  Oggi, il gup Ines Casciaro ha rinviato a giudizio l'imputato, con l'accusa di omicidio colposo derivante da colpa medica, l'ex primario di cardiochirurgia della clinica "Città di Lecce", il dottor Giampiero Esposito. Nell'udienza preliminare è stata citata, come responsabile civile, la struttura sanitaria.

Secondo i riscontri dell'esame autoptico, svolto dai medici legali Roberto Vaglio e Giovanni Ferlan, a causare la morte della donna fu un'infezione delle valvole cardiache, una delle quali le sarebbe stata impiantata nel corso di un intervento chirurgico del 24 febbraio del 2010. Secondo l'ipotesi accusatoria quell'interevento al cuore non solo non sarebbe stato necessario, ma potrebbe anche aver provocato l'infezione.
Una tesi, quella accusatoria, confutata dalla difesa dell'imputato, rappresentata dall'avvocato Donato Mellone.

Nelle memorie difensive si evidenzia, infatti, come lo stesso cardiologo curante della donna, il dottor Falco, ascoltato nel corso delle indagini difensive, ha confermato di avere indirizzato la paziente presso il dottor Esposito, ritenendo necessario l'intervento chirurgico. Il consulente della difesa, il dottor Gaetano Contegiacomo della clinica Santa Maria di Bari, ha inoltre smentito categoricamente la consulenza del pubblico ministero, evidenziando come, secondo le attuali linee guida internazionali, vi era documentalmente ogni indicazione all'intervento chirurgico urgente. La tesi difensiva sarà sostenuta anche a dibattimento.

A dare avvio alle indagini fu la denuncia presentata dai parenti (il marito e i due figli) della donna, che si sono già costituiti come parte civile. I familiari, assistiti dagli avvocati Luigi, Arcangelo e Alberto Corvaglia, hanno chiesto un risarcimento pari a 700mila euro.

 

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