Doppio assalto all'Aci, i tre arrestati confessano e scagionano la "basista"

Interrogatorio di garanzia in carcere per i tre uomini accusati delle due rapine, una tentata e l'altra messa a segno, a marzo

LECCE – Si è trasformato in una lunga confessione l’interrogatorio di garanzia dei tre arrestati per le due rapine, la prima tentata e la seconda riuscita, negli uffici dell’Aci di Lecce il primo e il 14 marzo. I tre arrestati hanno ammesso le proprie colpe, scagionando la quarta persona arrestata (ai domiciliari), Lucia D’Anna, 47enne originaria di Palermo e residente a Lecce, addetta alle pulizie nella sede dei due assalti. Dinanzi al gip Edoardo D’Ambrosio, che ha emesso la misura nei confronti dei quattro, Pierluigi Manisco, 48 anni, marito della 47enne, ha spiegato di aver sottratto a sua insaputa, dalla borsa della compagna le chiavi della sede dell’Aci per duplicarle e utilizzarle nelle rapine. Anche gli altri due indagati hanno confermato la tesi di Manisco. Roberto Corpus, 53 anni, assistito dall’avvocato Rita Ciccarese, ha detto di aver agito per un disperato bisogno di denaro, dovendo saldare un debito di droga, di quelli per cui è meglio rispettare le scadenze. Dinanzi al giudice è comparso anche Giuseppe Grasso, 48enne. I tre hanno anche spiegato di aver prelevato dalla cassaforte “solo” mille euro in contanti. Riguardo alla pistola con cui hanno esploso un colpo d’arma da fuoco a scopo intimidatorio, hanno dichiarato di essersene disfatti. Gli indagati sono accusati di rapina aggravata e porto abusivo di arma in concorso tra loro. Sono assistiti dagli avvocati Rita Ciccarese, Riccardo Cuppone e Pantaleo Cannoletta,

Il cerchio introno ai componenti della banda si è stretto al termine di laboriose e complesse indagini svolte dagli agenti della sezione antirapina della Squadra mobile di Lecce. Gli arresti sono arrivati a un mese di distanza dalla seconda rapina. Una risposta tanto rapida quanto puntuale da parte della Squadra Mobile della questura di Lecce, guidata dai vice questori Alberto Somma e Antonio Miglietta. Le serrate e puntuali indagini, condotte in un contesto di forte allarme sociale che i frequenti assalti armati hanno creato in città, hanno consentito agli investigatori di arrivare in poche settimane agli arrestati, individuati, sia grazie al certosino lavoro di visione delle numerose telecamere di videosorveglianza presenti nelle zone interessate dalle rapine, sia grazie ai risultati ottenuti da una specifica attività tecnica effettuata.

La puntuale ricostruzione dei fatti, documentata, passo dopo passo, dai riscontri filmati e dalle risultanze degli accertamenti tecnici telefonici, hanno costituito un quadro indiziario talmente forte da indurre il magistrato titolare del procedimento a chiedere e ottenere i provvedimenti restrittivi, considerata l’elevata pericolosità degli indagati, che hanno sempre agito con sfrontatezza e con utilizzo di armi da fuoco.

Nel corso del primo assalto, alcune circostanze “sfavorevoli” non hanno consentito ai rapinatori di appropriarsi del denaro, cosa che invece è avvenuta nel corso del secondo assalto, dopo aver acquisito informazioni più dettagliate. I rapinatori questa volta hanno agito in due, fuggendo a bordo di un’autovettura, una Fiat Panda, in uso proprio a Manisco e sequestrata durante gli arresti. La stessa auto ha da subito destato interesse degli investigatori a causa delle particolarità della stessa: la mancanza del fascione laterale, ha da subito indirizzato gli approfondimenti investigativi che si sono concentrati sulla ricerca di autovetture simili.

Inoltre, l’analisi di alcune telecamere di videosorveglianza ha consentito di evidenziare alcuni caratteri alfanumerici della targa e giungere all’identificazione dell’intestatario del veicolo. Il confronto effettuato tra le immagini e quelle ricavate dal sopralluogo effettuato dai poliziotti nei pressi dell’abitazione di Manisco, non ha lasciato dubbi circa la completa rispondenza sia del colore che del modello dell’autovettura utilizzata per la rapina.

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Particolari importanti sono emersi anche dall’ascolto degli impiegati presenti al momento dei due assalti. E’ emerso infatti che i rapinatori, in chiaro accento locale, nel corso dell’assalto del 14 marzo hanno fatto chiaro riferimento alla rapina fallita del primo marzo, a causa della mancanza della chiave della cassaforte, che nel secondo caso sono riusciti a recuperare.

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