Duplice delitto, l’istinto omicida anche in ospedale e la nuova perizia sui bigliettini dell’orrore

E’ stato disposto un nuovo accertamento sui fogli in cui era riportato il piano omicida persi per strada dal killer che adesso, nei colloqui in carcere, rivela di aver avuto pulsioni mortali al “Vito Fazzi” di Lecce

LECCE - L’idea di fare del male a qualcuno era nella sua testa ancor prima di materializzarsi nel sangue versato da Eleonora Manta, di 30 anni, e del fidanzato Daniele De Santis, di 33.

A dichiararlo, durante l’interrogatorio con il giudice Michele Toriello, era stato l’assassino reo confesso, il 21enne di Casarano Antonio De Marco che, in questi giorni, nei suoi colloqui in carcere, ha aggiunto di aver provato una pulsione omicida anche nell’ospedale “Vito Fazzi”, dove frequentava il secondo anno di Scienze Infermieristiche.

Quell’istinto, alla fine, ha trovato sfogo nell’abitazione di via Montello, a Lecce, e avrebbe dovuto seguire delle fasi precise, alcune delle quali saltate a causa della reazione delle vittime. A raccontare il piano sono stati, ancor prima del killer, i cinque bigliettini persi dallo stesso nella fuga, e che ora tornano sotto la lente di un grafologo.

E’ stata infatti disposta una nuova perizia calligrafica che interesserà altri manoscritti sequestrati sia nell’abitazione della famiglia, a Casarano, che in quella dove l’assassino viveva prima dell’arresto, in via Fleming, a Lecce.

L’accertamento voluto dal pubblico ministero Maria Consolata Moschettini e di cui si attendono gli esiti, è finalizzato ad approfondire alcuni aspetti che riguardano la premeditazione.

I fogli erano già stati oggetto di una consulenza, quella che, dopo sette giorni dalla mattanza avvenuta la sera dello scorso 21 settembre, aveva portato gli inquirenti al responsabile: la grafia corrispondeva a quella trovata nella richiesta di patente di guida compilata da De Marco, risultato essere l’ultimo degli affittuari che aveva vissuto con la coppia e che quindi poteva disporre delle chiavi per aprire la porta (dove non erano stati trovati segni di effrazione).

Resta da chiarire se quei biglietti siano stati scritti contestualmente o in momenti diversi. Sul punto, già durante il confronto con il giudice Toriello, lo studente aveva spiegato di non averli scritti nello stesso giorno e di aver aggiunto anche alcune frasi o parole in tempi diversi.

Certo è che su alcune indicazioni resta il mistero, come su quella “Caccia al tesoro” da realizzare in mezzora, di cui l’autore aveva sostenuto di non ricordare neppure il significato: “Non ricordo bene che cosa intendevo, forse era rubare qualcosa”. Ma quando il gip gli aveva fatto osservare che il tempo programmato per portare via un souvenir fosse eccessivo, lui si era giustificato così: “Il tempo di girare, di mettere a soqquadro tutto per trovare qualcosa. Buttavo i tempi così, era una cosa anche molto confusionaria. Molte cose forse non lo so se sono scritte di seguito, in una stessa giornata, diciamo. Sono pezzi frammentati di… non lo so, una parola un giorno, una parola un altro giorno”.

Resta un’incognita anche la frase che avrebbe dovuto lasciare sul muro per la società, rispetto alla quale nel confronto col gip aveva affermato di provare confusione: “Alcune volte scrivevo delle cose che però non c’entravano neanche, erano un pensiero che magari mi poteva venire sul momento, alle volte mi scrivevo un post di cose che non erano correlate a… magari anche un appunto, così, non lo so, sul ricordare di fare una cosa. Anche cose tipo tenere pulita la camera, così”.

Insomma, aveva l’abitudine di scrivere lo studente, perché era un modo per lui di trovare ordine al caos che lo dominava: “Magari un mio pensiero, una regola per attenermi per cercare di gestire un attimo le cose, un pensiero buttato… alle volte trovo magari… ripeto, è confuso perché ci sono dei periodi in cui alle volte non ricordo bene che cosa di preciso stavo facendo prima. Alle volte, non lo so, entro in una stanza e non ricordo il motivo per cui ci ero entrato e ci entro più volte, prendo più volte le stesse cose e le porto da una stanza all’altra”.

Il movente, quel tassello mancante

Nonostante la confessione, ci sono ancora diversi coni d’ombra e quello che più arrovella gli inquirenti è il movente: perché De Marco ha scelto di sfogare la sua rabbia proprio su Eleonora e Daniele con i quali, come dichiarato dallo stesso, non aveva mai avuto contrasti?

Sollecitato dalle domande prima dei magistrati, poi del giudice, l’indagato aveva risposto di aver agito “forse” per gelosia del loro rapporto, della loro felicità, mentre lui era sempre così solo.

Quel malessere, però, era in lui già da un po’, tanto da compiere atti di autolesionismo, e il pensiero di fare del male l’aveva indirizzato anche ad altri.

Per questo, per il giudice Toriello la scelta dei fidanzati è stata casuale, agevolata dal fatto che i due potevano essere raggiunti con facilità (avendo l'ex inquilino conservato un duplicato delle chiavi dell’appartamento), e questi avrebbero potuto essere le prime, di una serie di vittime, se De Marco non fosse stato fermato.

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Ora il 21enne è in carcere, dove riceve supporti psicologici e psichiatrici che secondo i suoi avvocati Andrea Starace e Giovanni Bellissario potrebbero aiutarlo a recuperare i ricordi, riempire gli spazi vuoti di una confessione costellata da troppi “forse” e “non so”, e trovare così il movente, uno dei tasselli principali ma ancora mancanti in una vicenda tra le più inquietanti mai avvenute in città.

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