Emergenza Coronavirus, scuole chiuse e genitori lavoratori allo sbando

Le difficoltà di madri e padri che costretti a recarsi sul posto di lavoro non sanno a chi affidare i propri figli e sono costretti a ricorrere a permessi, riduzioni dell’orario, ferie, in attesa dei sussidi promessi

LECCE - Sono numerosi i disagi dovuti alle ultime decisioni per contrastare la diffusione del coronavirus vissuti dalle famiglie, soprattutto quelle con bambini, per le quali ad oggi non è ancora stato disposto alcun sussidio, seppur annunciato nei giorni scorsi dal governo, ma non contemplato nel decreto che ha dipinto di rosso l’intero Stivale.

Ci sono genitori costretti a raggiungere il posto di lavoro, non essendo prevista, per tipologia di impiego, la possibilità di svolgere l’attività da casa, e a doversi rivolgere a una babysitter o a ricorrere a permessi, riduzioni dell’orario, o ferie per i propri figli. E ancora, ci sono coppie, con o senza prole, che svolgono la libera professione e non percepiscono più uno stipendio.

Due genitori (che preferiscono rimanere anonimi) hanno un figlio di un anno e mezzo. Vivono a Lecce da una decina d’anni. Lei è biologa, lui è impiegato in banca. Quando è arrivata la disposizione della chiusura delle scuole fino al 15 marzo, non avendo nessun familiare vicino, hanno contattato una babysitter che ha dato la sua disponibilità solo per giorni alterni, dovendo soddisfare altre richieste. A quel punto, la madre è riuscita ad ottenere dal titolare la possibilità di lavorare anche lei a giorni alterni, così da “colmare” le assenze della tata. Il marito invece ha iniziato a sfruttare ore di permesso.

Ma la paura di eventuali contagi ha fatto saltare l’accordo con la babysitter. “Adesso non sappiamo come dover gestire questa situazione fino al 3 aprile. Forse l’unica soluzione sarà chiedere congedi parentali e quindi a rinunciare a una parte dello stipendio”, racconta sconfortata la donna.

Alcune coppie fino a ieri, piuttosto che rivolgersi ad estranei, hanno affidato i propri bimbi ai nonni, nonostante il monito delle istituzioni di tenere i più piccoli lontani dalle categorie a rischio come gli anziani. Cosa succederà oggi che questa distanza è diventata perentoria?

Il problema non se lo pongono neppure papà Riccardo, di  45 anni, e mamma Paola, di 30: da giorni chiusi nel loro appartamento a Lecce con i due figli, di quattro e sei anni. Sono senza un lavoro, perché nell’agriturismo di famiglia nessuno mette più piede.

C’è invece chi, invece, come Patrizia, casalinga leccese di  52 anni, di figli rischia di perderne tanti: gli allievi, adulti e piccini, dei corsi di ballo che tiene da vent’anni con la sua associazione no profit. Teme di non poterla più riaprire perché non sa come pagare le spese per l’affitto di casa, figuriamoci quelle del locale, in considerazione della chiusura disposta dall’ultimo decreto fino al 3 aprile.

Il suo compagno Emanuele, di 40,  lavora nel settore dei trasporti per conto di una ditta che non gli affida incarichi già da diverse settimane, quando i turisti hanno iniziato ad annullare le prenotazioni, ed è tutto il giorno sul divano a girarsi i pollici.

Le storie da raccontare sarebbero tante e seppur diverse tra loro hanno tutte un comune fil rouge: il sacrificio economico e lo stress emotivo.

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