Estorsione per oltre 100mila euro, rischia il processo un avvocato di Galatina

Resta aperto il procedimento nei riguardi del professionista, accusato di aver estorto denaro a due soci di un’agenzia immobiliare. Il gip ha rigettato la richiesta di archiviazione, imponendo al pm di formulare la richiesta di rinvio a giudizio

LECCE - Sono necessari ulteriori approfondimenti e una verifica dibattimentale nella vicenda che vede indagato per estorsione un avvocato 69enne di Galatina, C.L. le iniziali del suo nome. Lo ha stabilito il giudice Giovanni Gallo (nella foto) nell’ordinanza con la quale ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dalla procura e alla quale si erano opposte le presunte vittime, due fratelli, soci di un’agenzia immobiliare di Lecce, attraverso il loro legale Pantaleo Cannoletta.

Questi sostengono che, il 2 agosto 2018, il professionista li avrebbe minacciati di impedire la conclusione dell’operazione di vendita di un compendio immobiliare, per loro necessaria a estinguere il mutuo contratto con la banca, se non gli avessero corrisposto la somma di 100mila euro, in seguito diventata di 110mila.

Per la difesa, la somma era stata pretesa, senza intimidazioni, a titolo di onorario, e dello stesso avviso è stato anche il sostituto procuratore Giovanni Gallone (nel frattempo transitato al Tar di Lecce) che, al termine delle indagini, aveva ritenuto non vi fossero elementi sufficienti a sostenere l’accusa in giudizio.

A conclusioni differenti è invece giunto il giudice Gallo che, dopo aver ascoltato le parti, ha lasciato in vita il procedimento, imponendo al pubblico ministero di formulare (entro dieci giorni) la richiesta di rinvio a giudizio nei riguardi del 69enne.il giudice Giovanni Gallo-2

Il pm aveva motivato la richiesta sostenendo che dagli accertamenti svolti non fosse emersa alcuna condotta di minaccia e che tale non possa considerarsi la semplice prospettazione della mancata conclusione di un contratto: “Questa costituisce espressione della libertà negoziale che si sostanzia non solo nella scelta della controparte ma, a monte in quella di stipulare o meno”.

Secondo il magistrato, inoltre, la richiesta di pagamento si fondava su uno specifico mandato professionale e la prova risiederebbe nelle dichiarazioni di un testimone e nella documentazione fornita dall’indagato, attraverso il suo avvocato Francesco Galluccio Mezio. Di rilievo, sarebbe stato il messaggio di posta elettronica certificata inviato il 19 aprile 2017 dall’account dello studio legale all’avvocato dei fratelli, in cui si fa riferimento alla somma di 110mila euro. Quanto all’entità dell’importo, se ritenuta eccessiva, per il pm andrebbe interpellata la giustizia civile, non penale.

Diverse le valutazioni del giudice Gallo, secondo il quale invece dagli atti non emerge in alcun modo che quella somma fosse stata pattuita come corrispettivo della prestazione svolta e che nell’eventualità lo fosse stata, sarebbe spettato alla società provvedere alla liquidazione e non ai singoli soci. Ad accreditare il racconto delle persone offese, secondo il gip, è proprio la cifra così elevata.

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Insomma, il gip non esclude che i fratelli, su pressione del legale, avrebbero accettato una serie di condizioni (la consegna dei dieci titoli cambiari dal valore di 11mila euro ciascuno, il primo dei quali già riscosso, la cessione delle quote societarie e la rinuncia dei crediti vantati nei confronti dell’azienda), per assicurarsi la conclusione della vendita, per questi necessaria, avendo prestato per il mutuo contratto con la banca una garanzia di 437mila e 500 euro a testa.

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