Giovedì, 13 Maggio 2021
Cronaca

Estorsioni, droga e armi: al via il processo nato dall'operazione "Pozzino"

Operazione "Pozzino", chiuse le indagini: in quarantadue rischiano giudizio Le indagini dei carabinieri di Copertino hanno evidenziato numerosi reati, tra i quali anche spaccio di droga, furti e ricettazione

LECCE – Si è aperto oggi il processo per gli imputati coinvolti nell’operazione condotta dai carabinieri della tenenza di Copertino e della compagnia di Gallipoli, e denominata “Pozzino”. Tra gli imputrati  Roberto Nisi, 60enne leccese; Marco Caramuscio, 33enne di Monteroni di Lecce ritenuto in passato vicino al clan Tornese; Antonio Vadacca “detto Cacà”, 43enne di Monteroni, e Luigi “Gino” Tarantini, 66enne di San Pietro in Lama (assistiti dall'avvocato Massimo Bellini); Andrea Mancarella, 33enne di Lequile e Biagio Pagano, coetaneo di Copertino. Nel collegio difensivo gli avvocati Francesco Spagnolo, Ladisalo Massari, Massimiliano Petrachi, Antonio Savoia, Giuseppe Bonsegna, Giuseppe Romano, Luigi Rella, Viola Messa, Ivan Feola, Dimitry Conte, Andrea Sambati, Luigi e Alberto Corvaglia e Angelo Vetrugno.

Rispondono, a vario titolo, di numerosi reati: si parte dall’associazione a delinquere finalizzata alle estorsioni – contestato a Caramuscio, Pagano e Mancarella – ai furti di autovetture e mezzo agricoli, ricettazione, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, porto e detenzione di armi comuni da sparo. Nell’operazione sono coinvolti ulteriori 36 indagati, molti dei quali spacciatori al dettaglio del nord Salento.

L’indagine dei militari, coordinati dal luogotenente Salvatore Giannuzzi, a capo della tenenza copertinese, prende il via tra il 2011 e il 2012. Sono anni in cui giungono in caserma almeno 35 denunce di estorsioni. Il trucco, utilizzato dalla banda di malviventi, era sempre lo stesso: dapprima rubavano vetture, attrezzi e mezzi agricoli senza risparmiare il capoluogo salentino, per poi restituire la refurtiva dietro una somma in denaro. Il furto dal quale sono partiti gli inquirenti è quello di un furgoncino Fiat Doblò, per il quale sono stati richiesti alla vittima tremila euro. Ma è soltanto la prima delle estorsioni scoperta.

Episodio dopo episodio, gli investigatori giungono a stanare non soltanto i presunti responsabili, ma anche il loro fortino: si tratta di un’antica masseria, in contrada “Pozzino” - nelle campagne strategiche di San Pietro in Lama – da cui prende anche il nome l’operazione scattata alle prime luci dell’alba. E’ tra quelle mura fortificate e protette che i membri del gruppo pianificavano nel dettaglio il proprio business, che non era soltanto composto da furti di veicoli. I colpi ai danni di vetture, infatti, costituivano soltanto una minima parte degli incarichi criminali della banda. Quest’ultima aveva intrapreso anche una redditizia attività di spaccio di stupefacenti.

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