Cronaca

Violenza sulle donne: le figlie di Renata Fonte accanto a chi ne è uscito

Un camper attrezzato per l'ascolto allestito dalla questura di Lecce. A bordo, speciali testimoni: la famiglia dell'amministratrice assassinata dalla mafia e il racconto di tre vittime di percosse e abusi

Il vicequestore Monica Sammati, le due figlie di Renata Fonte e il primo dirigente Sandra Meo

LECCE - Se c’è un nucleo, il punto "zero" di partenza nell'anima delle donne, quello è il sogno. Una tensione verso il futuro su tiranti in acciaio. “La speranza ha due figli: lo sdegno e il coraggio. Il primo è per a realtà delle cose. Il secondo per cambiarle”. Una citazione presa in prestito da Sant’Agostino che Viviana Matrangola, una delle due figlie di Renata Fonte, ha condiviso in Piazza Sant’Oronzo, in occasione dell’iniziativa della Polizia di Stato. Assieme alla sorella Sabrina, la portavoce di “Libera” e figlia di una vittima di mafia ha infatti messo a disposizione di studenti, donne, o semplicemente passanti, la propria testimonianza.

Il destino, più che la testimonianza, che suo malgrado le è toccato in sorte dopo la perdita della madre, il 31 marzo del 1984, dopoIMG_3355-3 estenuanti lotte per difendere dal cemento e da torbidi interessi le zone di Porto Selvaggio. Sarebbe stata assassinata se l’assessore fosse stata un uomo? Sarebbe stata meno isolata, socialmente, se si fosse trattato di un amministratore, anziché di un’amministratrice? Le avrebbero risparmiato la morte temendo conseguenze? Sono questi i dubbi che, anche questa mattina, si è posta non soltanto la figlia dell’esponente politica assassinata a Nardò, ma anche  il dirigente della Divisione anticrimine della questura leccese, Sandra Meo.

Dopo l’iniziativa denominata “Questo non è amore”, che ha esordito a livello nazionale in occasione di San Valentino, la polizia ha replicato anche oggi, in un inno alla legalità e alla tutela della libertà della donna. Gli agenti della questura non hanno semplicemente allestito un camper, ma lo hanno anche riempito. Riempito di umanità e di empatia. Un mezzo parcheggiato in posizione strategica, perché potesse essere notato dai curiosi, dai ragazzini. Dalle donne, soprattutto. All’interno, oltre a psicologhe e poliziotti specializzati in casi di atti persecutori e violenza contro le donne, altre testimoni. Tre donne, accanto alle figlie di renata Fonte, per inserire altre esperienze su quel nastro trasportatore che è la memoria condivisa. Ce l’hanno fatta. Hanno ricominciato a galleggiare nonostante le sabbie mobili e ora hanno messo a disposizione la propria esperienza, in forma anonima. Qualche protagonista del loro passato, del resto, le taccia ancora di essersi comportate da “infami”. In un gergo e con un atteggiamento mafiosi che intravedono nelle forze dell'ordine il problema. “Tu sei amica dei poliziotti, eh?”, ha pronunciato più volte l’ex compagno di una delle donne presenti nel camper questa mattina.

Lo ha fatto con sarcasmo, dopo averla picchiata più volte, anche in presenza del figlio. Poi, fortunatamente, succede che anche la compagna più remissiva e innamorata prenda in mano il coraggio e decida di ribellarsi. “Sono stati dei colleghi ad accorgersi di quanto fossi dimagrita. Mi hanno accompagnato nel centro antiviolenza (intitolato ça va sans dire a “Renata Fonte”, ndr), dove ne sono uscita grazie alle volontarie e ai poliziotti della questura”. Non è stata l’unica a voltare le pagine nere della propria vita. Accanto a lei, sul sedile del camper, vi è anche una ragazza più giovane. Età diversa, ma sorte analoga: minacciata e aggredita in numerose occasioni, da un uomo pericoloso e geloso, che le ha fatto vivere momenti di terrore.IMG_3347-3

La violenza è un retaggio culturale, è vero. Ma lo è di più l’omertà. Fortunatamente, qualcosa si muove. Come ha spiegato il dirigente del Reparto Prevenzione crimine, Sandra Meo. “Sia nel giorno di San Valentino, che questa mattina, si sono avvicinati ragazze e ragazzi per chiedere materiale informativo sul percorso che le donne vittime di violenza possono seguire. Stiamo constatando, soprattutto, un cambio di mentalità nelle “vecchie” generazioni, vale a dire donne più adulte che intendono aiutare quelle più giovani, guidarle in un percorso di maggiore consapevolezza”. Per chi ha ancora paura di denunciare - timore fondato spesso sull'ansia di essere isolate dalle stesse figure femminili in famiglia- oggi la strada è in discesa. Non soltanto perchè negli uffici della questura vi sono numerose agenti donne, ma anche perchè il percorso è più semplice anche dal punto di vista normativo. 

L'avviso orale del questore è uno strumento che ha validità a tutti gli effetti e serva ad allontanare un uomo molesto e violento dalla vita di una donna, Nel momento in cui la misura non si riveli sufficiente, scatta immediatamente la denuncia d'ufficio. Un iter spesso ignorato dalle vittime che, pensando a chissà quale trafila burocratica, sono disincentivate a segnalare abusi di ogni tipo.

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