Cronaca

Fondamentalismo e immigrazione: il senso dello jihad e la sua distorsione

Prima parte dell’intervista all’imam di Lecce, realizzata dal sovrintendente capo di polizia Lino Stefano Gabrieli nell’ambito di un progetto di ricerca

Fedeli durante il Ramadan nei pressi delle Case Magno.

LECCE - Quali correlazioni ci sono tra l’immigrazione, di prima e seconda generazione, e i fenomeni legati al fondamentalismo islamico, come il terrorismo? Da anni esperti di tutto il mondo si interrogano sul quesito, cercando attraverso indagini e ricerche di stabilire un modello necessario alla piena comprensione e dunque ad approntare adeguate risposte.

LeccePrima pubblica integralmente una intervista a Saufeddine Maaroufi, imam della moschea di Lecce, realizzata dal sovrintendente capo di polizia Lino Stefano Gabrieli nell’ambito di un progetto di ricerca. Per comodità dei lettori, è stata suddivisa in due parti: la seconda sarà on line, domani, sabato.

Nella prima, che troverete di seguito, l’esponente religioso spiega cosa sia il jihad: il termine, che in arabo è maschile ma in italiano è usato al femminile, è percepito dall’opinione pubblica come una minaccia, generalmente tradotto come “guerra santa” e quindi associato all’escalation terroristica che ha colpito molti paesi occidentali. Una parola rimabalzata così prepontentemente nelle cronache, purtroppo frequenti, che si ritiene oramai acquisita con un determinato significato. Ma non è affatto scontato che sia quello appropriato.

Si sente sempre più spesso parlare di Jihad identificandolo con la definizione di lotta armata. Potrebbe definire cosa è esattamente il jihad? Ne esistono di diverse tipologie?

Jihad è un termine arabo il cui significato è vasto. In ambito linguistico, non islamico, il significato è  “sforzo maggiore” che l’individuo compie in qualsiasi ambito della propria vita.  Anche in ambito religioso, il termine assume diversi significati. Basandosi sulla parola del profeta, egli ha utilizzato il termine in ambiti diversi da quello della lotta armata: quest’ultima, pur potendosi definire jihad, è qualcosa che dovrebbe essere rifiutata dalla persona perché rappresenta qualcosa di innaturale comportando il rischio della vita.  Il profeta ha detto “il paradiso è sotto le ombre della spada” ma aggiungeva “non pregate mai Dio di incontrare un vostro nemico”.  Sembrano frasi contrastanti, cosa intendeva?  La prima sembra un incitamento a combattere, per spiegarla bisogna risalire all’origine della religione. l’islam viene introdotto come religione monoteista in una società politeista: a La Mecca, dove il profeta ha iniziato la sua attività religiosa, le persone adoravano molti dei e offrivano laute offerte a chi vendeva loro oggetti considerati sacri. Chi invitava a lasciare i falsi dei per dedicarsi al culto del solo vero dio, arrecava un’offesa ed anche un danno economico. I primi 13 anni della religione islamica, dunque, sono stati anni di persecuzioni: costretti ad emigrare, Maometto ed i suoi seguaci si spostarono a medina dove si formò un primo nucleo di società islamica, circondati da nemici che li volevano annientare e sopprimere fisicamente. Occorreva quindi che il profeta spiegasse come difendersi per non lasciare all’istinto dei singoli la difesa delle proprie persone e di quelle dei loro cari: ecco che la religione allora ricorda ai propri fedeli quali sono i meriti ed i premi per chi difende la propria fede. Si parla di paradiso, di cancellazione dei peccati. Oggi siamo una società progredita ed è ovvio che non pensiamo di arrecare male ad alcuno ma è altrettanto ovvio che ci difenderemo da chi pensa di fare del male a noi ed alle nostre famiglie. Con tutti i mezzi. Nella religione cattolica c’è il principio di porgere l’altra guancia ma questo non contrasta con il diritto alla legittima difesa. Anche nel Corano, parlando di jihad in termini di lotta, l’ambito è sempre quello della difesa, non è mai un invito ad attaccare persone che vivono in pace ma l’indicazione su come difendersi. Si dice: “Punite quando sarete puniti”.

Sembrerebbe, per rifarsi a riferimenti cattolici, una riproposizione della legge dell’ “occhio per occhio, dente per dente”, riportata nell’Antico Testamento.

Esatto, questo principio è riportato nel Corano.  Ed è anche disciplinato: non è consentito al singolo di farsi giustizia da sé, intesa come ricerca di vendetta. La nostra è una società di diritto dove il giudice decide quale deve essere la giusta punizione. Esiste e sempre è esistita nella legge islamica la previsione di punizioni intese come pene detentive o il pagamento di ammende. Per tornare al jihad, nel Corano si dice espressamente che, dopo anni di persecuzioni, i credenti sono stati autorizzati a difendersi. Non vi è dunque la presenza di dichiarazioni di rifiuto e di odio verso i non islamici. Non deve esserci coercizione nella religione islamica: un versetto coranico recita “chi vuole crede, chi non vuole non crede”, un altro “ a voi la vostra religione, a me la mia” ed inoltre “dio non vi impedisce, nei confronti di coloro che non vi hanno combattuto e non vi hanno scacciati dalle vostre case, di volergli bene e di amarli”. Dove amarli è la traduzione del termine arabo “bir” che significa trattare in modo eccellente, con ogni riguardo. Per meglio spiegare, è lo stesso termine che nel Corano si usa per indicare il tipo di rapporto che deve legare i figli ai propri genitori. Il termine jihad è quindi un termine generico. E’ riportato il caso di un giovane che recatosi dal profeta per essere autorizzato a condurre una jihad contro i suoi nemici religiosi, fu rimandato a casa con l’invito a condurre la propria jihad nei confronti dei propri genitori, attraverso l’amore ed il rispetto. Chi combatteva contro i nemici di religione, al termine della guerra, usava dire che tornavano dal jihad minore, combattuto contro i nemici esterni, per dedicarsi al jihad maggiore, quello combattuto contro il proprio ego, le proprie passioni, un jihad interiore. Jihad non vuol dire dunque uccidere gli altri, soprattutto non è uccidere le persone che non stanno combattendo. L’islam suddivide i non musulmani in diverse categorie: la gente del libro, gli idolatri, i non credenti ed i non credenti combattenti. É espressamente indicato che non si può dare sostegno a chi combatte per distruggere i musulmani. Verso tutti gli altri è consentito.

Sorge a questo punto un altro quesito: come mai, allora, si parla insistentemente di jihad in riferimento alle azioni cruente che purtroppo colpiscono i non credenti, ossia i non musulmani, in tutto il mondo?

In questo ambito il termine jihad è usato da chi si autoconvince, oppure convince i suoi seguaci che queste sono azioni lecite giustificate e fanno parte di quello che dovrebbe essere il jihad. Quando il profeta parla dei meriti di coloro che si sono sacrificati a difesa della propria fede, della propria famiglia, della propria patria, quei meriti rientrano in contesto lecito perché improntati al principio della difesa. Ci sono oggi persone che estrapolano dal loro contesto versetti del profeta dando il nome di jihad ad azioni criminali, terroristiche. Sentiamo usato in questo modo il termine di jihad perché la propaganda di chi lo propone ed i media che fanno da ripetitori a quello che essi dicono, lo pongono in questo senso distorto. Non dimentichiamo che la maggior parte delle vittime degli attentati, che avvengono per lo più in Iraq e Siria, sono anch’esse musulmane. Questo per noi musulmani non è jihad e non lo potrà essere: per noi musulmani gli attentati sono solo terrorismo, criminalità, non è jihad. Non è proposto dal Corano, non è proposto dal profeta, è un abominio che tutti insieme dobbiamo combattere.

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