E dopo il rogo di capodanno scattano anche i sigilli per il lido di Frigole

E' l'area dello stabilimento Panta Rei Lido–Istmo Beach Club. La richiesta della Procura dopo indagini della polizia locale leccese

FRIGOLE – Era il 1° gennaio, il dramma coronavirus doveva ancora esplodere, e comunque, ancora “solo” in Cina, dopo essere stato il Covid-19 localizzato intorno alla metropoli cinese di Wuhan, e intanto nel Salento si discuteva di comune cronaca nera. Quella mattina di capodanno, era andato a fuoco all’improvviso lo stabilimento balneare Panta Rei Lido – Istmo Beach Club di Frigole. Una vicenda davvero particolare. L’atto doloso, più che possibile, come rilevato dai vigili del fuoco e dagli agenti di polizia delle volanti, arrivati con la scientifica.

Ora, su quello stabilimento, non lontano dalla darsena, e con annessi bar e ristorante – o, meglio, su quello che resta dopo il rogo -, sono scattati i sigilli della Procura di Lecce. Un sequestro preventivo eseguito dal nucleo di polizia giudiziaria della polizia locale di Lecce, sulla scorta di precedenti indagini. L’area si estende su 3mila e 400 metri quadrati di demanio marittimo che ricadono nella cosiddetta area Sic (Sito d’importanza comunitaria).

Il provvedimento è stato richiesto dal pubblico ministero Alessandro Prontera e nasce da una dettagliata informativa. Il nucleo di polizia giudiziaria della polizia locale, nel novembre del 2019, infatti, aveva eseguito un sopralluogo, con il personale dell’ufficio demanio marittimo del settore urbanistica, partendo da una precedente attività di monitoraggio del litorale leccese intrapresa dall’amministrazione comunale nel 2018, anno in cui il rappresentante legale della società leccese, concessionaria dell'area demaniale dal 2014, era stato raggiunto da un’ordinanza di rimozione del lido. Era risultato privo di permesso di costruire.

E’ seguita poi una relazione tecnica, risalente a marzo, in cui si è accertato il pessimo stato di conservazione dello stabilimento, a causa dell'incuria e dell'abbandono in cui versano le cinque strutture di legno e ferro che lo compongono, tutte saldamente ancorate al suolo attraverso manufatti in cemento interrati nella sabbia, sormontati da un'intelaiatura in metallo. Interrati nella sabbia risultano anche gli impianti idrico, elettrico e fognario con le relative fosse imhoff. E, inutile dirlo, al momento dell'apposizione dei sigilli gli agenti hanno verificato la presenza sul posto delle macerie causate dall'incendio di cui si è pocanzi scritto.

Quattro le ipotesi di reato per il titolare: deturpazione delle bellezze naturali, occupazione abusiva di area demaniale, mantenimento di un'opera priva di titolo autorizzativo in area sottoposta a vincoli e violazione dell' articolo 181 del codice dei beni culturali e del paesaggio.

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“L’augurio – commenta l’assessore all'urbanistica, Rita Miglietta - è che si possa presto restituire gli arenili aggrediti dall'inosservanza delle autorizzazioni ottenute al rispetto delle regole e che la stagione della noncuranza e dell'egoismo finisca definitivamente a vantaggio di tutti e verso la diffusione delle buone pratiche legate agli usi demaniali che siamo impegnati a promuovere con sempre maggiore forza. Ancora di più oggi – conclude -, che siamo di fronte alla sfida che deve vedere impresa balneare e amministrazione collaborare nella salvaguardia di un bene che rischia la sua riproducibilità: le nostre spiagge.”

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