Giallo del cadavere a Gallipoli, l'autopsia: colpito mortalmente alla testa

Eseguito dal medico legale Roberto vaglio l'esame autoptico del corpo rinvenuto in un bidone. Riscontrate numero ferite alla testa

LECCE – Numerosi colpi inferti, con un oggetto contundente al capo. Forse un bastone, una spranga o un masso, che hanno provocato lesioni mortali nella zona frontale e parietale. E’ questa la causa della morte dell’uomo ritrovato in un bidone di metallo a Gallipoli la notte del 30 gennaio, all’interno di una pineta nei pressi di via Mahatma Ghandi. A svelarlo l’autopsia eseguita dal medico legale Roberto Vaglio. Il corpo, oltre a presentare lesioni compatibili con l’immersione nell’acido, che ha parzialmente distrutto tessuti e tratti somatici, è in evidente stato di decomposizione. Difficile stabilire, almeno con una certa approssimazione, la data della morte, che potrebbe coincidere con la scomparsa di Khalid Lagraidi, il 41enne di origine marocchina residente a Lecce, di cui si sono perse le tracce il 23 giugno scorso. Bisognerà attendere l’esame del Dna per stabilire se il corpo ritrovato sia il suo

A denunciare la scomparsa negli uffici della questura, era stata la sorella Souad Lagraidi. Al momento sono due i nomi iscritti nel registro degli indagati, quello di Marco Barba, alias “Tannatu”, 43 anni di Gallipoli, e della figlia Rosalba, accusati di omicidio (il primo) e di concorso in occultamento di cadavere. Un’iscrizione giunta dopo il lungo interrogatorio della giovane donna (su cui gli inquirenti mantengono il più stretto riserbo), che avrebbe condotto i carabinieri sul luogo del ritrovamento del fusto contenente il cadavere. Sentite dagli investigatori anche la moglie e le altre figlie del 43enne.

Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore della Dda Alessio Coccioli e condotte dai carabinieri del Nucleo investigativo e dai colleghi di Gallipoli, stanno cercando di fare luce su un giallo dai contorni tanto oscuri quanto misteriosi. Un giallo che ruota inevitabilmente intorno alla figura di Marco Barba, uno dei volti che hanno segnato la storia criminale della “città bella”.

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