Giallo di Taurisano, riparte il processo. Scontro in aula tra i periti

E' tornato in aula, dinanzi ai giudici della Corte d'assise d'appello di Taranto, il caso di Lucia Bartolomeo, l'infermiera di Taurisano accusata dell'omicidio del marito, Ettore Attanasio, avvenuto la notte del 29 maggio 2006

 

LECCE – E’ tornato in aula, dinanzi ai giudici della Corte d’assise d’appello di Taranto, il caso di Lucia Bartolomeo, l'infermiera di Taurisano accusata dell’omicidio del marito, Ettore Attanasio,  36enne, deceduto la notte tra il 29 e il 30 maggio 2006. Si tratta del secondo processo d’appello, dopo che lo scorso 15 novembre i giudici della Suprema Corte hanno annullato la sentenza di condanna alla pena dell'ergastolo emessa, il 12 maggio del 2010, dalla Corte d'assise d'appello di Lecce nei confronti della donna. Secondo la Cassazione, infatti, pur dando per accertato il fatto che l’imputata abbia somministrato la droga al consorte, non è possibile stabilire, oltre ogni ragionevole dubbio, che sia stata quella dose di eroina a uccidere il 36enne sena escludere che il decesso sia stato in qualche modo causato dalle condizioni di salute dell’uomo. I giudici della Suprema Corte avevano stabilito, inoltre, che il nuovo processo fosse celebrato a Taranto.

Oggi, dinanzi ai giudici (presidente Rosa Sinisi, a latere Bombina Santella e giudici popolari) hanno dibattuto i consulenti tecnici delle parti, chiamati a esprimersi sulla quantità di eroina presente nel corpo della vittima. Oltre tre ore di discussione serrata tra i periti nominati dalla Corte d’assise: il professor Franco Lodi, ordinario di Tossicologia e il dottor Domenico Di Candia; quelli dell’accusa: Marcello Chiarotti e Luisa Costamagna; e della difesa: il tossicologo Roberto Galiano Candela e il medico legale Franco Faggiano. Si tratta di un passaggio fondamentale per le sorti di questo nuovo processo d’appello, in cui le tesi sono piuttosto discordanti.

La stessa Corte di Cassazione, infatti, ha evidenziato come non sia possibile stabilire se l’eroina somministrata abbia causato la morte di Ettore Attanasio. Proprio con queste motivazioni la prima sezione della Cassazione ha riaperto il processo che vede imputata Lucia Bartolomeo. I giudici della Suprema Corte avevano accolto dunque, seppur parzialmente, le tesi con cui la difesa della Bartolomeo, composta dagli avvocati Pasquale Corleto e Silvio Caroli (e dai colleghi Giuseppe Corleto e Vincenzo Del Prete), avevano impugnato la sentenza d’appello. I legali della donna hanno ampiamente evidenziato come la tesi accusatoria non sia supportata da riscontri e prove scientifiche inconfutabili. Nessuna perizia, infatti, sarebbe stata eseguita sulla flebo (mai trovata) che l'imputata avrebbe utilizzato per somministrare la dose letale di eroina. Sostanza che, scrivono i legali nelle motivazioni d'appello, Attanasio potrebbe aver assunto da solo. I riscontri tossicologici eseguiti sul cadavere a distanza di settimane, inoltre, non avrebbero chiarito (rilevandola dal fegato e non dal sangue) la quantità di eroina presente nel corpo dell'uomo. Per questo i giudici della Cassazione avevano stabilito che nel nuovo processo di secondo grado sia riaperta “l’istruttoria dibattimentale mediante confronto tra i periti e i consulenti, anche mediante nuova perizia.

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Il processo è stato rinviato al prossimo 10 ottobre per la discussione. L'accusa nei confronti della donna è di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dall'aver agito col mezzo di sostanze venefiche e nei confronti del coniuge. Secondo l'ipotesi accusatoria sarebbe stata l'ex infermiera a iniettare volontariamente una dose letale di eroina al marito. Una tesi che sarebbe supportata dalle perizie depositate dai consulenti nominati dai giudici e da alcuni sms che la donna avrebbe inviato al cellulare dell'amante (al quale più volte aveva raccontato, mentendo, che il consorte era malato di cancro). In quei messaggi la 34enne avrebbe dato per imminente la morte del marito, affermando che si trattava di "una questione di ore" poiché era in stato di coma e veniva alimentato con delle flebo. Secondo l'accusa il movente dell'omicidio è legato proprio alla relazione extra coniugale che la donna aveva intrapreso, e la conseguente paura che una separazione la privasse dell'affidamento della figlia.

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