Cronaca

Uccise il figlio di due anni, si apre il processo a Gianpiero Mele

Per il consulente della difesa il 26enne era incapace di intendere e di volere. Il tremendo assassinio avvenne il 30 giugno del 2010 a Torre San Giovanni. Usò prima una corda, poi un taglierino per sgozzarlo

L'appartamento in cui avvenne l'omicidio.

 

LECCE – A distanza di oltre un anno - era il 30 giugno del 2010 -, dalla tragica morte di Stefano Mele, il bimbo di poco più di due anni barbaramente assassinato dal padre Gianpiero, 26enne originario di Taurisano, continua a scuotere le coscienze e a suscitare dolore e tormento.

Oggi, dinanzi al gup del Tribunale di Lecce, Carlo Cazzella, è iniziato il giudizio con rito abbreviato del procedimento che vede come imputato il padre omicida. In quel tragico pomeriggio d’inizio estate, l'orrore e la follia si manifestarono in tutta la loro ferocia poco dopo le 15 in una palazzina di via Monte Pollino, alla periferia di Torre San Giovanni, marina di Ugento.

Mele, dopo aver acquistato della corda in un negozio di ferramenta vicino alla sua casa al mare, fece un cappio, legò il figlioletto ad una porta e cercò di impiccarlo. Poi, per alleviarne le sofferenze, impugnò un taglierino (acquistato nella stessa ferramenta) e gli tagliò la gola. Sono questi i particolari di un omicidio difficile da spiegare, dettato dalla gelosia e dalla paura di essere abbandonato dalla propria compagna. Un delitto atroce che ha visto come vittima un bimbo innocente e che ha inesorabilmente distrutto due famiglie, ricordandoci, come ha scritto Eschilo, che il male esiste e spesso siede alla nostra stessa tavola.

L'accusa nei confronti dell'imputato è di omicidio volontario con le aggravanti di aver agito con crudeltà e nei confronti di un essere indifeso per età; di aver agito con premeditazione, nei confronti di suo figlio e per futili motivi. Mele, che dopo l'omicidio cercò invano di togliersi la vita, procurandosi varie ferite all'addome e un profondo taglio alle vene del polso sinistro, usando con ogni probabilità la stessa arma con cui aveva assassinato il figlioletto, non era presente in aula.

Procura-115-3Il padre infanticida si trova attualmente ricoverato in una clinica specializzata in provincia di Bari. Le sue condizioni non sono, secondo una perizia eseguita dal dottor Domenico Suma a fine agosto scorso, compatibili con il regime carcerario.

La difesa di Mele, rappresentata dagli avvocati Gabriella Mastrolia ed Angelo Pallara, ha chiesto e ottenuto che il loro assistito sia giudicato con il rito abbreviato, condizionato però all'ascolto di un teste: il dottor Serafino De Giorgi che è stato sentito oggi in aula. Secondo lo specialista il 26enne di Taurisano era incapace di intendere e di volere al momento dell'omicidio. Una tesi sostenuta dal dottor De Giorgi ma smentita dai due consulenti nominati dal Tribunale, lo psichiatra Domenico Suma e il professor Antonello Bellomo.

I due esperti, sentiti il primo aprile in sede di incidente probatorio, hanno stabilito, in una perizia di circa novanta pagine, che l'imputato era capace di intendere e di volere al momento del delitto. Una perizia che ha rafforzato la tesi dell'accusa secondo cui il tragico gesto di Mele sarebbe stato premeditato. Una tesi supportata principalmente da due prove: la lettera lasciata dall'uomo e l'acquisto della corda e del taglierino utilizzati per uccidere Stefano. Acquisti avvenuti poco prima di quel terribile omicidio.

Secondo la tesi difensiva, invece, il giovane padre non era cosciente delle proprie azioni al momento del brutale omicidio. I legali di parte civile, gli avvocati Alessandro Stomeo e Salvatore Centonze, hanno chiesto un risarcimento pari a un milione di euro per l'ex compagna di Mele, Angelica Bolognese, e di 500mila euro per i nonni del piccolo Stefano.

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