Cronaca

Ingegnere precipitò dal tetto della Selcom. Le motivazioni: vittima di una trappola mortale

Depositate le motivazioni della sentenza per la morte di Lisa Picozzi, l'ingegnere milanese di 31 anni precipitato dal solaio di un capannone industriale durante un sopralluogo che, scrive il giudice, era previsto e necessario

LECCE – “Quello che non si può in alcun modo sostenere è che quella di salire sul tetto sia stata un'iniziativa improvvida, ascrivibile alla sola Picozzi, alla quale nessuno sarebbe stato in grado di opporsi”. L’incidente in cui perse la vita Lisa Picozzi, l’ingegnere milanese di 31 anni deceduta tragicamente il 29 settembre del 2010, precipitando dal solaio di un capannone industriale di proprietà dell’ex Selcom (società del gruppo Adelchi nella zona industriale di Tricase), doveva e poteva essere evitato. E’ quanto emerge nelle motivazioni della sentenza di primo grado con cui il giudice monocratico Roberto Tanisi ha condannato per omicidio colposo a due anni Adelchi Sergio, patron dell’omonimo gruppo calzaturiero di Tricase, e un anno (pena sospesa) il figlio, Luca Sergio, legale rappresentante della Selcom (che fa capo al citato gruppo). Non fu dunque un’iniziativa della Picozzi, ma un intervento programmato e necessario, “perché da quel sopralluogo avrebbe dovuto acquisire informazioni importanti sulla fattibilità e sulla convenienza dell'opera, del valore – scrive il giudice – di almeno tre milioni di euro”.

Una sentenza che rende giustizia e sottolinea la grande professionalità del giovane ingegnere: “La verità – si legge nelle motivazioni – è che la Sun System aveva deciso di inviare sul luogo il suo tecnico migliore, l'ingegnere Picozzi (peraltro coadiuvato da un collaboratore”. Dunque quel sopralluogo era necessario, “perché, al di là di quanto hanno riferito alcuni testi (nel plausibile intento di "alleggerire" la posizione degli imputati che, per taluni dei testi, era anche la loro) circa la caratteristica di sopralluogo preliminare per il quale non sarebbe stata necessaria una visione diretta del tetto, in realtà la possibilità di un siffatto incombente era quasi in re ipsa, posto che proprio sul tetto doveva essere installato l'impianto ed erano necessarie talune informazioni (consistenza della copertura, inclinazione, ecc.) che solo una visione diretta avrebbe potuto fornire”.

Lisa Picozzi ha pagato con la vita la sua grande competenza, giovane donna vittima di una trappola e simbolo della

Picozzi-3scarsa sicurezza sui luoghi di lavoro. Il processo di primo grado è stato lungo e complesso, si è articolato in quattro anni di battaglie, in cui il legale della famiglia Picozzi, l’avvocato Massimo Bellini, ha presentato opposizione a un’iniziale richiesta d’archiviazione da parte della Procura leccese, per Adelchi Sergio. I genitori, che si sono costituti parte civile, non si sono quindi mai dati per vinti e hanno presenziato a tutte le fasi del processo, fino alla sentenza.

Secondo le ricostruzioni dell’avvocato Bellini, che ha svolto indagini per arrivare a comprendere la dinamica precisa di un

a morte assurda, il sopralluogo di quel giorno era stato stabilito in alcuni accordi preliminari. Lisa Picozzi era giunta nel Salento in rappresentanza della ditta della sua città, Milano, proprio per visionare il tetto in prospettiva di alcuni lavori. La vittima avrebbe trovato al suo arrivo le scale già posizionate per raggiungere la 

sommità degli edifici industriali e dopo essere salita sul solaio della Selcom, nella zona industriale di Montesano Salentino, mentre stava effettuando alcuni rilievi, all’improvviso precipitò al suolo da un'altezza di sette metri.

Il rivestimento in eternit presente sul solaio aveva coperto anche il lucernario in plexiglas (capace di reggere un peso di soli 20 chilogrammi per metro quadro), trasformandolo, come ha scritto il gup, “in un'insidia e una trappola”. Una difformità costruttiva che ha finito per trasformarsi nella tomba dell’incolpevole ragazza. Il suo occhio, è facile immaginare, può essere stato tradito da quel rivestimento superficiale senza soluzione di continuità.

Si tratta di una circostanza, questa, evidenziata sia nell'informativa dei carabinieri di Tricase (all’epoca comandati dal capitano Andrea Bettini), sia nella relazione dei tecnici dello Spesal. Gli agenti del Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro hanno rilevato responsabilità sia in capo alla Sun System, che avrebbe dovuto svolgere, a loro dire, rilievi e accertamenti fotografici e stabilire in anticipo la pericolosità del solaio del capannone, sia della proprietà. Il giudice ha invece ritenuto che le colpe debbano ricadere tutte sui Sergio.

Lisa Picozzi divideva la sua vita tra il lavoro e lo sport. Era capitano del Cs Alba, formazione di pallavolo di Albese con Cassano, all’epoca nella B2 femminile. La madre di Lisa, Marianna Viscardi, ha affidato alle pagine di Facebook i suoi struggenti pensieri, creando un gruppo dal titolo: “Per il ricordo di una piccola grande palleggiatrice: Lisa Picozzi”. “Mi inchino davanti a te, grande donna – il commento della Viscardi nella giornata dell’8 marzo –. Che il sacrificio della tua vita, insieme a quello di molte altre persone sfortunate come te, possa sensibilizzare chi di dovere sull'importanza della sicurezza nel posto di lavoro”.

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