Domenica, 20 Giugno 2021
Cronaca

Terrorismo in nome dell'islam: come i "falsi predicatori" convincono i giovani

Seconda parte dell'intervista del sovrintendente capo di polizia, Lino Stefano Gabrieli, all'imam di Lecce: che dice: "Fanno leva su un risentimento già presente verso la società e sull'ignoranza della religione"

Una bimba depone un fiore, a Nizza (foto Ansa).

LECCE – Di seguito la seconda parte dell’intervista del sovrintendente capo di polizia Lino Stefano Gabrieli all’imam di Lecce, Saufeddine Maaroufi.

Nella prima, pubblicata ieri, la guida religiosa ha spiegato il senso letterale del termine jihad – “sforzo maggiore” – e la sua degenerazione in “guerra santa” a causa di un utilizzo strumentale da parte della propaganda fondamentalista. L’imam non ha dubbi: per i musulmani autentici gli attentati che da qualche anno a questa parte si sono abbattuti sui paesi occidentali sono puro terrorismo, criminalità.

Oggi l’intervista si addentra nella permeabilità di alcuni giovani, immigrati di seconda e terza generazione, rispetto alla chiamata alle armi di quelli che l’imam bolla come “falsi predicatori”, ma anche sulle necessità di spiegare ai migranti che arrivano in Italia la coerenza tra i principi basilari dell'occidente, e della Costituzione Italiana, e le cinque fondamentali regole della Shaharia: la tutela della vita, della fede, dell’intelletto, dei beni e della discendenza. 

Come mai queste idee di propaganda del terrore e la sua esportazione dai territori in guerra, Iraq e Siria, verso l’occidente incontrano un così grande favore, per lo meno così sembrerebbe, in larghe frange di giovani immigrati anche di seconda e terza generazione?

È giusta la precisazione che ha fatto: “sembrerebbe”.  Se consideriamo la presenza di islamici in Italia, circa 2 milioni di fedeli, o quella in Francia, circa 5 milioni, o in qualsiasi altro paese occidentale, potremo constatare come in realtà parliamo di percentuali veramente minime, irrisorie. Queste idee fanno presa su individui che non hanno trovato una collocazione nella società, addirittura nella propria famiglia. Privi di obbiettivi concreti, credono di essere incaricati di una missione divina, una missione che valorizza la propria esistenza con la promessa di un premio che non hanno trovato nella propria vita: la proposta di un paradiso.

Immaginiamo un giovane che vive nelle periferie di qualsiasi città, un giovane che ha fallito negli studi, con un passato di criminalità minore, con alle spalle forse anche esperienze di carcere, una persona che troverà le porte chiuse ovunque vada, con scarse probabilità di trovare lavoro ed integrarsi nella società, una società nella quale in teoria, essendo di seconda o terza generazione, dovrebbe essere automaticamente integrato. Eppure l’emarginazione nella quale si trovano dà libero spazio ai predicatori dell’odio nel trascinare questi giovani. Questi predicatori, Bin Laden e Al Zawahri prima, Al Baghdadi dopo, convincono questi giovani che stanno vivendo tra i loro nemici. Li definiscono “la punta della lancia della difesa del mondo islamico” perché vivono in mezzo ai loro nemici e li esortano a fare i maggiori danni possibili. Fanno leva su un risentimento già presente nei confronti della società in cui essi, i giovani, vivono, sull’insoddisfazione ma soprattutto, sull’ignoranza della propria religione, perché un giovane che ha ricevuto un giusto insegnamento religioso dalla propria famiglia o dall’imam locale, con la trasmissione di quei valori di misericordia, di amore, di pace e di convivenza, della sacralità della vita umana, non oltrepasserebbe mai certi limiti. I principi della pacifica convivenza anche con persone di religione diversa sono stati codificati dai saggi della religione, dunque un giovane che conoscesse bene tali principi non ucciderebbe mai. Quindi i predicatori dell’odio distorcono la religione.  

È immaginabile che alcuni giovani disadattati cui prima mi riferivo possano arrivare ad un punto di disperazione tale da pensare al suicidio: ebbene questi predicatori dell’odio gli offrono la possibilità, dal loro punto di vista, di un suicidio utile arrecando danni a quelli che vengono definiti i nemici dell’islam. Parliamo di giovani cresciuti col culto della violenza, anche quella di alcuni videogiochi dalla violenza inaudita: per alcuni giovani è un sogno poter passare dal joystick del videogame ad un vero kalashnikov da poter usare sulla folla indifesa. Se si osservano le foto, le immagini dei foreign fighters che posano imbracciando le loro armi, non coglierà nei loro sguardi il peso di chi è investito da una missione superiore, ma il sorriso di chi gioca e si diverte:  gli hanno promesso di poter avere delle donne come schiave sessuali. Tutto questo attrae questi giovani che non hanno né abbracciato e capito i valori dell’occidente dove vivono, della tolleranza e della libertà di pensiero, né i valori islamici della misericordia e della sua indicazione della via della predicazione della parola di Allah.  Giovani che potrebbero essere definiti “né carne, né pesce”. 

Quindi che cosa, in concreto, le società occidentali possono fare per rendere questi giovani meno facilmente adescabili da parte dei falsi predicatori, per riprendere un’altra sua definizione?

L’impegno richiederà tempo, denaro, sforzo umano: per molti occidentali oggi sembra molto più semplice prendere tutti gli immigrati, indiscriminatamente, e buttarli fuori, oppure imprigionarli, negare completamente la religione islamica.  Purtroppo questo si sente in tv e si legge su alcuni giornali. Sembra che si stia proponendo una sorta di pulizia etnica: se la società italiana volesse sbarazzarsi di quello che viene percepito come un grosso problema, la cosa più semplice è senza dubbio prendere tutti i musulmani e sbatterli fuori.  Questo non è umanamente fattibile, perché il mondo è così: le persone viaggiano, migrano, abbracciano nuove società, nuovi paesi ai quali sono legati per famiglia, lavoro, studio, quindi non è percorribile quella soluzione radicale del problema.  

La soluzione non può che essere di tipo integrativo, di apertura,  ma attenzione a pensare che integrare sia pretendere che lo straniero abbandoni le sue radici, le sue tradizioni, la sua religione, la sua cultura, diventando un altro occidentale senza alcuna differenza: questa sarebbe assimilazione. C’è anche un versetto coranico che sottolinea le diversità: “uomini vi ho creati maschi e femmine, vi ho reso popoli e tribù, per conoscervi a vicenda”.  Quindi la nostra diversità è una volontà  divina.  La Costituzione italiana consente di pensare, praticare e predicare la fede diversamente: ora  il nostro problema è costituito da questi giovani musulmani che non si sentono appartenenti a questa società ed ai quali viene riportato il messaggio che sono tra nemici e che vivono in una società che sta combattendo la loro fede, una società che non offre loro alcuna collocazione economica o sociale. Inoltre tra i giovani immigrati di seconda generazione vi è spesso un problema di fallimento scolastico: chi per primo è venuto in occidente spesso ha svolto lavori umili, persone di basso livello culturale, le quali non danno peso alla formazione culturale dei loro figli. Noto, tra la mia gente, persone che non hanno difficoltà a prendere i loro figli e portarli con sé a lavorare alla bancarella del mercato perché tanto lo studio, per loro, non è importante. Facile quindi prevedere per questi giovani un fallimento sociale. Questo deve essere un lavoro da fare sulla comunità e dalla comunità stessa: dare importanza allo studio, all’integrazione tramite lo studio, alla conoscenza.  Una proposta che andrebbe a contrastare la propaganda terroristica che parla dell’occidente come della terra dei miscredenti, dividendo il globo in due parti: paesi musulmani e paesi miscredenti. Questo storicamente è esistito quando il mondo islamico era in guerra con parte dell’occidente. Ma ora questa divisione è da rivedere perché non esiste più. Dovrà essere lavoro dei grandi sapienti rivedere e superare questo concetto. Oggi le società che ospitano i musulmani non possono essere definite terre di miscredenti.  Chi lo fa ha lo scopo di creare divisione, contrasto, odio strumentale.

Approfitto per parlare di un mio progetto di integrazione che vuole essere un progetto preventivo. Non è destinato a chi ha già aderito a movimenti estremisti e radicali ma, come detto, è preventivo.  Si chiama “costituzione itinerante”, parla della Costituzione italiana. Pur potendo apparire distante dall’islam, esistono invece alcune similitudini e punti di unione.  La Shaharia, cioè la raccolta delle leggi islamiche, si basa su 5 principi fondamentali: la tutela della vita, la tutela della fede, la tutela dell’intelletto, la tutela dei beni e la tutela della discendenza. Quindi se una legge tutela la vita umana è una legge che è omologa alla legge islamica, se una legge mi da la libertà di pensiero, di culto, di procreare, di difendere la mia famiglia ed i miei beni, corrisponde ai valori della Shaharia. Per questo i valori tutelati dalla Costituzione italiana sono principi che sono pienamente inclusi nella legge islamica.  Questo progetto ha lo scopo di ricercare e tradurre questi principi sanciti dalla Costituzione italiana e quindi diffonderli nelle varie lingue degli immigrati musulmani presenti sul territorio italiano. Soprattutto rivolgendosi ai nuovi arrivati, agendo in questo contesto di immigrazione massiccia, sia essa di natura economica o derivante dai conflitti bellici.

Si potrebbero stampare depliant nelle lingue degli immigrati, opuscoli sui quali vengono messi a confronto gli articoli della Costituzione italiana e quelli sanciti dalla legge islamica. Non si tratterebbe di una semplice distribuzione di volantini ma di avere degli incontri cui parteciperebbero questi giovani immigrati e mediatori culturali, linguistici ed imam, per spiegare a queste persone che sono arrivate in un paese che tutela la loro fede, la loro vita, la loro famiglia.  Questo darebbe subito un sentimento di appartenenza, di sentirsi parte di quella società. Quindi, quando poi questi giovani venissero avvicinati da chi predica che loro si trovano in un paese nemico, avrebbero invece modo di comprendere che nemmeno nei loro paesi di origine potevano contare sulle tutele che garantisce loro la Costituzione italiana.  Questo li renderebbe impermeabili all’esortazione alla lotta armata perché si formerebbe un sentimento forte di appartenenza contribuendo ad una integrazione spontanea ai valori della società, pur permanendo alcune diversità:  non esistono infatti imposizioni e leggi che calpestino la nostra fede, nessuna legge che mi imponga di commettere peccati o di essere blasfemo, nel rispetto di tutti e persino di chi sceglie di non credere ed anche questo è sancito dalla religione musulmana nel versetto coranico che ho prima ricordato “chi vuole crede, chi non vuole non crede”. Sarà Dio a giudicare, non gli uomini.  

Si deve spiegare che esistono le strutture giuridiche per giudicare l’operato degli uomini sulla terra, questo anche nei paesi islamici: nessuno può, di propria iniziativa, applicare la Shaharia, per questo ci sono i giudici. Chi uccide viola il principio della Shaharia che tutela la vita umana, se uccidi per motivi religiosi, violi la Shaharia, perché nessuno può calpestare la vita umana. Questo progetto potrebbe iniziare già all’interno dei centri di accoglienza dei migranti, oltre ai progetti già esistenti di apprendimento linguistico, per  far conoscere il paese nel quale sono arrivati, per fornire da subito le basi per costruire un senso di appartenenza e di adesione alla nuova società. Un progetto rivolto sia a chi decide di fermarsi in Italia, sia a chi è invece intenzionato a proseguire oltre, verso altri paesi.  Il lavoro di integrazione dovrebbe poi continuare all’interno delle comunità. Stiamo curando e mettendo a punto la divulgazione di questi principi anche rivolgendoci a specialisti della pedagogia e dell’educazione. Per questo motivo il progetto è stato recentemente presentato anche all’Università del Salento, dipartimento di Scienza dell’educazione, al fine di divulgare queste idee basandosi su metodi scientifici.  Abbiamo bisogno del supporto di costituzionalisti che indichino quelle parti della Costituzione che presentano punti in comune con la Shaharia.  Il nostro progetto punta a coprire tutto il territorio nazionale, partendo dalla Puglia, uno dei principali approdi degli immigrati.  Avrà sicuramente bisogno del sostegno dello Stato a tutti i livelli: divulgativo ma anche, perché no, economico. É importante che gli imam incontrino parti delle istituzioni, sia amministrative ma anche di polizia. É importante che chi arriva in Italia capisca i grandi benefici di cui gode, rispetto a quelli dei paesi di origine e che dietro a tutto ciò vi è il lavoro delle istituzioni statali. Tutto questo serve ad avvicinare società occidentale e musulmani, attraverso lo sviluppo di un dialogo moderato. Ma purtroppo, ad oggi, nessuna istituzione islamica è riuscita a trovare un’intesa con lo stato italiano per promuovere un progetto analogo.  

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