Giovedì, 17 Giugno 2021
Cronaca

Gli immigrati delle angurie: "Noi, minacciati di morte"

Diritti e dignità. La protesta contro il caporalato ed il lavoro nero continua e si sposta da Boncuri fin sotto la Prefettura di Lecce. "E' allarme sicurezza", denunciano i sindacalisti della Cgil

Lo striscione esposto davanti alla Prefettura.

Diritti calpestati, paghe inconsistenti, ospitalità in una tendopoli che lascia a desiderare e persino minacce di morte: le premesse perché la protesta degli immigrati che raccolgono le angurie a Nardò, sbarchi sul tavolo della Prefettura di Lecce, ci sono tutte. Anzi, valicato il ben noto problema delle paghe da fame e delle condizioni di vita "estreme" cui sono sottoposti, ora, all'interno della Masseria Boncuri, è allarme sociale.

"La tensione tra i lavoratori cresce di giorno in giorno, e anche per questo abbiamo scritto al prefetto (fino a ieri Mario Tafaro, ora al suo posto Giuliana Perrotta, Ndr) per prevenire che si sfoci nella violenza", spiega Antonella Cazzato, segretaria confederale del sindacato che è al fianco dei lavoratori in questa inedita lotta al caporalato, la Flai Cgil.

Da quando i cosiddetti "caporali", gli intermediari del lavoro che dispensano cibo e denaro come fosse un atto di generosità, hanno fatto la loro comparsa sui campi di raccolta di tutta la Puglia e del Salento, di tempo ne è passato fin troppo. E forse, non invano.

Prima era silenzio. Ora cominciano a saltare fuori i nomi e cognomi dei "capi neri", così come li hanno ribattezzati gli immigrati che hanno a che fare con uomini evidentemente dello stesso colore, ugualmente africani, ma un gradino sopra di loro e "coperti da amicizie importanti", spiega Ivan, il portavoce del gruppo.

Proprio in virtù di questo presunto potere, "i caporali non hanno paura di nessuno", continua Ivan, ripetutamente minacciato da un uomo di origini tunisine, che ieri sera gli avrebbe inviato per l'ennesima volta il fratello ad intimargli di smetterla con la protesta, se voleva continuare a vivere.

Dopo le denunce, tutte depositate presso il commissariato di polizia e la stazione dei carabinieri di Nardò, il presunto caporale sarebbe scappato a Napoli, ma "tramite telefono continua a impartire i suoi ordini", sostengono gli immigrati che masticano meglio l'italiano.

E questo è solo l'atto finale della sequela di ricatti, estorsioni monetarie ("tre euro se vuoi lavorare, cinque per un passaggio fino ai campi") e condizioni di vita ripetutamente lamentate dei migranti e mai risolte. "Manca ancora l'acqua calda, le brandine e le tende sono insufficienti a ospitare gli immigrati, il cui numero è aumentato rispetto all'anno scorso", avvisa Francesco, un volontario dell'associazione Brigate di solidarietà attiva, che tenta di mantenere a livelli accettabili il tenore di vita e l'ospitalità nella Masseria di Nardò.

E poi c'è il problema rimpatri: "Senza contratto di lavoro, non rinnovano il permesso di soggiorno che è temporaneo", dice Habib, centrando il cuore di una protesta nata per la definiva emersione dal lavoro nero e dal mondo dell'illegalità. "Chiederemo al prefetto la convocazione di un tavolo tra i sindacati, le istituzioni e le parti datoriali per risolvere il problema della sicurezza e dei diritti negati", spiega Salvatore Arnesano, segretario provinciale Cgil, che sottolinea anche lo scarso tempismo degli interventi.


La discussione è rinviata a lunedì prossimo, in Provincia, per un vertice su cui anche l'assessore alle Attività produttive Salvatore Perrone, ha garantito il proprio impegno per assicurare la presenza delle aziende.

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