Intrappolati nel proprio angolo di mondo: quando il terrorismo bussa a casa

La testimonianza di un leccese ad Halle. La figlia nella scuola accanto alla sinagoga, le notizie che si inseguivano incerte, i volti intorno, maschere deformate dalla paura

Sparatoria ad halle (Ansa/Epa).

Ottobre, metà mattina, un mercoledì qualunque. Le foglie cadono lente nel giardino. Nel cielo, pennellate di quel grigio color nostalgia che non esiste in natura, ma che è proprio del Nord Europa. Un sentimento, più che un fatto atmosferico. Tutto sembra scorrere calmo. Ma è un attimo. Solo un attimo.

Ruotano a bassa quota le pale di un elicottero. Il mondo tutto intorno inizia ad accelerare, e sembra seguire il battito del cuore, che sale, di sussulto in sussulto. Le sirene delle auto della “polizei” che sferzano l’aria sono il secondo, poco confortante segnale. La prima, la seconda, la terza sirena.

“Ero a casa, ho acceso la radio per capire cosa stesse accadendo”. E.L., leccese, docente universitario, abita ad Halle. Nel quartiere in cui è avvenuta la tragica sparatoria. Due corpi freddi a terra coperti alla vista da pietosi lenzuoli, diversi feriti. Ci chiede che non esca il suo nome per esteso. Lo sconcerto è comprensibile e quando parliamo con lui, per telefono, questo pomeriggio, sfidando una fastidiosa eco nel microfono che rimbalza dalla Germania all’Italia, è ancora rinchiuso nell’asilo dove è andato a raccogliere il secondo figlio. Scappando a piedi da un parte all’altra. E attendendo ora l’ordine per uscire. Misure di sicurezza.

Non ha sentito gli spari, certo, ma dietro le finestre di casa sembrava esplosa, senza preavviso, la terza guerra mondiale. E facendo zapping da un notiziario all’altro, da un canale all’altro, da un sito web all’altro, per divorare quante più informazioni possibili nel più breve lasso di tempo, non solo E.L. ha scoperto che tutto si era consumato a poche vie da casa sua, ma che di mezzo c’era anche la sinagoga di Humboldstrasse dove si stava celebrando lo Yom Kippur. E la scuola dove si trovava in quel momento la sua figlia maggiore, dieci anni, è proprio lì, nei pressi.

“Ho chiamato la scuola. Non c’è stata risposta. Ho iniziato sul serio a preoccuparmi”. Sono i classici momenti in cui i pensieri viaggiano a mille chilometri orari. Le notizie sono ancora sospese nel limbo di una frustrante incertezza che lacera un cuore ormai tachicardico e i sensi si affilano come lame sotto scariche di adrenalina. “Ho pensato che potesse essere successo come nelle scuole americane”. La Columbine, fra le stragi più famigerate, ma non solo. Immagini che restano scolpite nella memoria collettiva, che portano con sé il timore che tutto possa ripetersi, e che il destino, nella sua ottusa cecità, questa volta voglia accanirsi proprio con te.

Sì, perché non era nemmeno l’istituto che frequenta abitualmente sua figlia, quello nel quale è rimasta rinchiusa la bambina. Il che non ha fatto che accrescere il senso d’impotenza davanti al destino, sempre lui, che si diverte a ordire perverse macchinazioni. In Germania, infatti, in questo periodo dell’anno è il momento di vacanze autunnali, ma si offre comunque un servizio per i genitori che hanno impegni lavorativi. “E mia figlia era davvero casualmente in quella scuola”, insiste il padre. “Sono stati momenti surreali. Le strade all’improvviso svuotate di auto, il sindaco di Halle che sui media parlava di situazione critica invitando a far rimanere i bambini nelle strutture, ritenendoli i posti più sicuri”. E, lì fuori, una marea di poliziotti in assetto da guerra per una caccia all’uomo dall’esito incerto.

Ma c’è di più. Quando si è saputo che uno dei luoghi colpiti era un kebab , E.L. ha avuto un altro sobbalzo. “C’ero stato con mia figlia solo la settimana scorsa”, racconta. La scuola, la sinagoga, il kebab. Luoghi della quotidianità di un quartiere inghiottiti all’improvviso nel tunnel di un orrore intraducibile. Sono sensazioni che attraversano l’anima e si possono solo immaginare fra le frasi smozzicate. “Dopo un po’, s’è capito che fosse un attacco terroristico. E a quel punto, ho pensato subito che potesse essere opera di estremisti di destra”.

Solo più avanti nelle ore, la possibilità di uscire. E.L. è andato di volata a prendere, a piedi, prima la figlia maggiore, poi il più piccolo, due anni e mezzo, in asilo. Rimanendo lì bloccato ancora un po’. “L’idea che mi sono fatto? Quella di un gruppo organizzato. Anche il sindacato di polizia, ho sentito, ha confermato come sia stata opera di un gruppo organizzato, pianificata da un po’ di tempo, non certo una cosa improvvisata”. Quello che non dimenticherà, i volti per strada. “Quelli che ho incrociato, erano tutti spaventati”.

Lineamenti deformati in maschere di paura. Si è anche così vittime, senza per forza morire o rimanere feriti. Quando il terrorismo bussa alle porte di casa e la gelida mano della Morte ci ha sfiorato, nulla sembra più come prima. L’angolo di mondo in cui si abita, liberi, diventa all'improvviso una pericolosa gabbia. Non lo si vede mai da una certa prospettiva, finché qualcosa non accade. 

Purtroppo, dietro a tutto, c’è la mano dell’uomo, l’unico essere vivente capace di odiare fino a questo punto, pianificando. Con stridente, folle raziocinio. Fino a goderne. Chiamatela, se volete, un’anomalia nel disegno dell’universo.  

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