Lunedì, 20 Settembre 2021
Cronaca

Il caso Renda, la rogatoria, la resistenza messicana

Nei giorni scorsi il pm Mariangela Rotondano ed il dirigente della mobile Emma Ivagnes si sono recate in Messico per approfondire le indagini sul caso della tragica scomparsa del bancario leccese

Nulla di preciso ancora trapela dall'altra parte dell'Oceano. Certo è che la stampa messicana è tornata a parlare in questi giorni con una certa insistenza del caso di Simone Renda. Non accadeva da tempo, anche perché vi è un frazionamento dell'informazione, distillata goccia a goccia, che potrebbe avere diverse letture. Il Messico è una nazione amica, recenti incontri istituzionali fra maggiori cariche dello Stato di entrambi i Paesi hanno rinsaldato questo vincolo. Da sponda italica arriva di tanto in tanto qualche pressione politica, una spinta a chiarire i fatti, ma soprattutto perché di mezzo si mette di continuo una famiglia smarrita davanti alla brutalità dell'evento e inviperita per come sarebbe gestita la vicenda dalla magistratura dello Stato centroamericano.

Viene spontaneo pensare ad un certo imbarazzo nel lasciar trapelare alcune informazioni su farraginosità e incongruenze nel processo in atto ai presunti colpevoli della morte del bancario leccese di 34 anni, che LeccePrima è comunque riuscito a ricostruire nelle scorse settimane grazie al memoriale dell'avvocato Leonardo Tedesco (https://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=4232). E' lui che segue la vicenda dal Messico, tenendosi costantemente in contatto con gli avvocati Pasquale Corleto e Fabio Valenti. La sua è una vera e propria battaglia, in cui non fa economia di sforzi e coraggio nel denunciare presunte coperture e capri espiatori gettati nel calderone per salvare pesci ben più grossi. E quello che balza agli occhi, ora, è soprattutto il grande risalto che hanno avuto gli arrivi dall'Italia del pubblico ministero Mariangela Rotondano e del dirigente della squadra mobile Emma Ivagnes, per la rogatoria internazionale. Il loro ritorno in Italia è previsto per domani.

A Lecce esiste un'inchiesta parallela. Ci sono molti punti oscuri in questa storia. Con un aspetto che desta maggior inquietudine, se si pensa che Simone Renda è solo uno dei tanti turisti che sono scomparsi in circostanze particolari, senza che sia mai stata fatta piena luce (un parziale elenco si trova su questo blog: https://canada.blogosfere.it/2007/06/pensavo-di-dire-chi-sono.html). Nel suo caso, prima ancora che della terribile morte, avvenuta il 3 marzo scorso in una cella nella quale era tenuto in isolamento, senza soccorso e in cui sostò ben oltre il lecito (arrestato alle 15 del 1° marzo, sarebbe dovuto restare 36 ore, ma le porte furono aperte poco dopo le 8 del 3 marzo, quando era già morto da oltre un'ora), bisogna chiarire i motivi stessi dell'arresto. Inizia nell'albergo "Posada Mariposa" il giallo che si protrarrà, con buchi temporali e dichiarazioni contrastanti delle persone via, via coinvolte nella vicenda a diversi livelli (dodici in tutto), alcune forse colpevoli, altre travolte dall'onda degli eventi, ma che comunque potrebbero aver fornito coperture.

Simone Renda avrebbe avuto un atteggiamento "scandaloso". E' così che nasce l'assurda escalation di eventi che sarebbe culminata nella sua morte. Trovato seminudo e in stato confusionale, si sarebbe compreso solo qualche tempo dopo che era vittima di un sospetto infarto al miocardio. Luciana Asadorian, la titolare dell'albergo che chiamò un numero di assistenza, vide arrivare sul posto la polizia turistica. L'accusa con cui il giovane venne arrestato fu di "ubriachezza molesta", e questo sebbene dall'esito dell'autopsia non sia mai risultata presenza di alcool o droghe. Simone era veramente in stato confusionale dovuto ai suoi problemi di salute. La presenza del pm leccese e del dirigente della squadra mobile della questura potrebbe servire, quindi, a chiarire alcuni aspetti. Hanno ascoltato, fra gli altri, anche Javier Sosa Frías e José Arellano Martínez, i due agenti che arrestarono il bancario leccese.


In Italia la famiglia ritiene che vi siano stati abusi, che si stesse tentando di rapinare il giovane di soldi che non possedeva, che vi siano state torture e sevizie e che la situazione sia degenerata di ora in ora, fino alla tragica conseguenza di un suo prematuro decesso, anche a causa della mancata firma del giudice qualificatore Hermila Valero per la scarcerazione. Entrerà in gioco la giurisdizione italiana? Se da una parte si chiede l'estradizione, le autorità messicane si oppongono con una certa fermezza al fatto che ciò possa avvenire. Per loro è una questione interna, da risolvere con le leggi locali. Non accettano ingerenze. Ma intanto qualche giornale teme che dall'Italia possa arrivare un'esortazione ai suoi cittadini a non frequentare più la Riviera Maja, dove sono accaduti i tragici fatti. Un po' come ha fatto il governo rumeno con l'Italia nei giorni scorsi.

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